Denaro di plastica e debiti da pagare, di D. Porrini

Pubblichiamo un articolo tratta da www.lavoce.info a firma di Donatella Porrini.

Il crescente livello del tasso di insolvenza legato alle carte di credito negli Stati Uniti rischia di aprire un nuovo fronte della crisi economica. E anche in questo caso il contagio potrebbe estendersi all’Europa. L’Italia è meno coinvolta di altri paesi europei, ma anche le nostre famiglie ricorrono sempre più a prestiti dalle banche. La creazione dell’istituto del fallimento del debitore potrebbe essere una soluzione e uno strumento utile per le famiglie in difficoltà. A condizione di disincentivare i comportamenti opportunistici ponendo un filtro per l’ammissione alle procedure fallimentari.

E’ stato dato ampio spazio dalla stampa nazionale alla notizia dell’allarmante livello del tasso di insolvenza legato alle carte di credito: secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, il 7% dei 1727,7 miliardi di Euro circa anticipati dai circuiti bancari e dalle società di credito ai consumatori europei non sarà rimborsato. A questi fanno da contraltare i dati provenienti dagli Stati Uniti con un tasso di insolvenza pari a 14 punti percentuali.
In particolare, i dati peggiori si hanno nel Regno Unito e a darne conto è il Financial Times che, citando i dati forniti dagli analisti di Moody’s, rivela come il tasso di insolvenza sia passato dal 6,4% del maggio 2008 ai 9,37 punti percentuali registrati nello stesso mese durante il 2009. Il timore è che questo possa essere il preludio di una crisi più ampia in grado di interessare buona parte dei paesi europei e ricalcare almeno in parte quanto avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi tempi, rallentando l’auspicata ripresa dell’economia nel vecchio continente.

L’ITALIA E GLI ALTRI PAESI EUROPEI

Anche se secondo l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) l’Italia non dovrebbe andare incontro a particolari problemi grazie a un sistema ancora fortemente orientato al contante e solo in misura minore alle carte di credito, occorre però considerare che anche le famiglie italiane tendono ad indebitarsi in modo crescente negli ultimi anni e che un numero sempre maggiore va incontro a sovraindebitamento. Secondo le parole del Governatore della Banca d’Italia, "dall’inizio di questo decennio la crescita dei prestiti alle famiglie consumatrici italiane è stata elevata: 11,5 per cento in media all’anno per i prestiti totali e oltre il 15 per cento per quelli relativi all’acquisto di abitazione".

Per quanto riguarda il confronto con gli altri paesi europei, in Italia i debiti finanziari delle famiglie risultano essere ancora ad un livello inferiore a quello degli altri paesi, ma con un trend che cresce in misura maggiore della media europea.

Importante sarebbe capire quali sono le cause. Se cioè si tratta di ragioni legate ad un eccesso "colpevole" di consumi alimentato dalla facilità di concessione dei finanziamenti e di utilizzo delle carte di credito; oppure se l’indebitamento è di tipo "involontario" e derivi da diminuzioni di reddito legate a fattori traumatici o congiunturali imprevedibili, come perdita dell’occupazione, separazione coniugale, grave malattia, perdita o deprezzamento di beni patrimoniali.

Quali ne siano le cause occorre, comunque, tenere presente che, a parte l’evoluzione meramente quantitativa, il fenomeno presenta complessi risvolti sociali ed economici e richiede interventi di politica economica, anche al fine di disincentivare il ricorso a circuiti criminosi e usurari.
In tutti i paesi europei sono stati adottati strumenti con effetto ex ante all’interno della disciplina degli intermediari finanziari, come l’adozione di controlli sull’accesso e sulle condizioni di erogazione del credito, nonché lo sviluppo di Centrali di Rischi che consentono uno scambio di informazioni sulla storia creditizia dei richiedenti credito.

Accanto a questi, ma non in Italia, si sono sviluppati strumenti di intervento ex post, come l’istituto del "fallimento del debitore civile", sulla scia dell’esperienza degli USA, dove la procedura della personal bankruptcy vanta una tradizione consolidata.

Nel nostro paese, ci sono stati dei tentativi di introdurre questo istituto: il disegno di legge dell’Adiconsum; i lavori della "Commissione Trevisanato", insediata presso il Ministero della Giustizia nel febbraio del 2002, e della commissione più ristretta c.d. "Commissione Trevisanato bis"; il disegno di legge elaborato dal gruppo DS nel luglio 2004.

UNA QUESTIONE DA AFFRONTARE NUOVAMENTE

Dall’introduzione dell’istituto del fallimento del debitore potrebbero derivare diversi vantaggi per i creditori: un maggior numero di persone sottoponibili alla procedura esecutiva, un maggiore patrimonio aggredibile, la possibilità di revocare i pagamenti del fallito, la presenza di un curatore, la natura pubblica della sentenza dichiarativa; e per i debitori: la possibilità di usufruire di accordi, riduzioni e dilazioni dei debiti, la possibilità di tenere al riparo alcuni beni (c.d. exemptions).
I problemi principali sono legati al fatto che la possibilità di essere liberati dai debiti (esdebitazione o discharge) in caso di sovraindebitamento comporta effetti sulla libertà negoziale e sulla fiducia nelle contrattazioni, nonché sulla disponibilità e sul costo del credito. La prospettiva di avere un fresh start potrebbe poi incentivare eventuali comportamenti opportunistici con un aumento del numero totale delle insolvenze.

Considerando l’esperienza degli altri paesi si potrebbero però trovare soluzioni legislative volte a minimizzare gli effetti negativi: essenziale è sicuramente il filtro che verrà previsto per l’ammissione alle procedure fallimentari. Un dibattito sul tema potrebbe dunque portare a configurare una procedura adatta al nostro ordinamento. Tutto ciò al fine di mettere le famiglie, ed i privati più in generale, nelle condizioni di poter affrontare le situazioni di sovraindebitamento, e recuperare un ruolo attivo nella società in un contesto sociale ed economico come quello odierno, caratterizzato da una deregolamentazione del mercato del credito e da volumi crescenti di finanziamento al consumo.
Senza dimenticare la motivazione ulteriore che nell’Unione Europea, l’Italia è l’unico paese insieme alla Grecia a non avere ancora adottato questo tipo di strumento.

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