Dieta mediterranea addio

Nel corso del negli acquisti agroalimentari c’è stata una flessione del 2,5 per cento. E’ l’ortofrutta il settore che più degli altri risente la crisi dei consumi: Riflessi negativi per gli agricoltori che hanno visto diminuire redditi e prezzi.La dieta mediterranea non è più di casa in Italia. Nei piatti dei nostri connazionali ci sono sempre meno pane (i consumi durante lo scorso anno sono scesi del 5 per cento), frutta e verdura (meno 10-12 per cento), mentre per pasta, vino e pesce si riscontra una certa stabilità. Sono invece in crescita carne (in particolare quelle bovine), latte (più 1,7 per cento) e yogurt (per cento 3 per cento). Per le uova un calo dello 0,9 per cento.

E’ quanto risultata da una indagine condotta dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori che, attraverso l’elaborazione di una serie di dati statistici, sottolinea una costante flessione negli acquisti dei prodotti alimentari pari a circa il 2,5 per cento in quantità, in valore, invece, è stata spesa quasi la stessa cifra del 2003 (meno 0,9 per cento), a causa dell’aumento dei prezzi al consumo. Nell’analisi effettuata dalla Cia si evidenzia che durante il 2004 ogni italiano ha consumato 123 chili di cereali e suoi derivati (pasta, pane, prodotti della prima colazione), poco più di 195 chili di ortaggi e verdure e 130 chili di frutta e bevuto intorno ai 50 litri di vino. Un’ accentuata diminuzione (oltre il 5 per cento) si è registrata nel consumo di riso.

A proposito di pasta, la Confederazione rileva che, nell’anno passato, il consumo nazionale è di circa 1,6 milioni di tonnellate (con una quota pro-capite di 28 chili) per un valore di oltre 2 miliardi di euro. Dati che non si distaccano da quelli del 2003. La produzione nel settore è risultata di oltre 3 milioni di tonnellate, per un valore di circa 3,3 miliardi di euro. L’export ha assorbito circa il 46 per cento del totale produttivo con 1,4 milioni di tonnellate, per un valore di oltre 1,1 milioni di euro. Principali destinazioni dei nostri prodotti Germania (19,6 per cento), Usa (10,3 per cento), Francia (14,3 per cento), Regno Unito (12 per cento) e Giappone (5,2 per cento).

La Cia rimarca, inoltre, che dopo costanti flessioni, si è avuta una ripresa nei consumi di carni. Nel comparto, tuttavia, la situazione non è omogenea. Infatti, accanto ad una crescita di quelle bovine (più 4 per cento) si registra per quelle avicole e suine cali, rispettivamente, del 5 e dell’8 per cento. In controtendenza i salumi che fanno registrare un aumento nelle vendite (circa più 3 per cento).Nonostante il calo nei consumi, le uova -avverte la Cia- continuano a rappresentare uno degli alimenti più apprezzati dai consumatori. Un rapporto di fiducia che è cresciuto con il passare del tempo. Se nei primi anni ’50 ogni italiano ne mangiava appena otto chili, adesso si sfiorano i 14. E’ evidente, quindi, l’importanza del ruolo che questo prodotto ricopre nella nostra alimentazione, ma anche all’interno del settore agro-alimentare. Basta guardare i dati alla produzione e al consumo del 2004.

L’Italia ha prodotto 12 miliardi e 837 milioni di pezzi, che corrispondono a 808 mila tonnellate, per un fatturato di 1 miliardo e 350 milioni di euro.Nel rilevare che nella "voce" latte e derivati, oltre all’aumento del "fresco" e dello yogurt, si registrano -afferma la Cia- una crescita del 1,5 per cento per i formaggi, mentre c’è un crollo per il latte a lunga conservazione (meno 6,5 per cento). Restano stabili i consumi di olio di oliva (più 0,5), mentre lievitano quelli di burro (più 5 per cento) e crollano quelli di margarina (meno 10 per cento).Per quanto riguarda il settore dell’ortofrutta, la Confederazione sottolinea che gli italiani, pur mangiando meno frutta e verdura, hanno visto in crescita la loro spesa per questi prodotti. In poco meno di 24 mesi i consumi pro-capite sono scesi da 349 a 325 chili l’anno, mentre dalle tasche delle famiglie del nostro Paese sono usciti più euro: nel 2002 si spendevano, infatti, circa 85 euro al mese per comprare ortofrutticoli, nel 2004 tale cifra e arrivata a 95 euro (più 11,7 in termini percentuali).La brusca flessione negli acquisti di prodotti ortofrutticoli, secondo la Cia, è dovuta soprattutto alla minore disponibilità economica e ai rincari, spesso ingiustificati, alle manovre speculative che hanno continuato a disorientare i consumatori i quali sono stati costretti disertare sempre di più i banchi di frutta e verdura. Questo, tuttavia, non è stato sufficiente a risparmiare. Dalle borse delle famiglie italiane sono usciti più soldi per la spesa degli ortofrutticoli, un terzo dei quali di provenienza estera.

E ciò -sostiene la Cia- ha accresciuto le gravi difficoltà degli agricoltori che hanno visto diminuire i loro redditi, in quanto i prezzi all’origine hanno preso una parabola discendente e l’invasione di prodotti stranieri ha fatto il resto. Risultato: i produttori ortofrutticoli perdono quote di mercato, vendono frutta e verdura a prezzi stracciati e sono alle prese con una crisi che non ha precedenti negli ultimi venti anni.

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