EDITORIALE. Consumatori, CODICI contesta documento di Bari

E’ bene motivare formalmente le questioni che abbiamo posto a Bari e offerto alla discussione già da tempo presso il Comitato permanete CNCU-Ministero-Regioni istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Il diniego manifestato da CODICI al documento proposto, non attiene a singole norme di indirizzo , su cui è sempre possibile discutere e mediare, ma al progetto politico sotteso a questo documento e sulla relativa visone dello sviluppo del consumerismo in Italia per i prossimi anni che ci vede in aperto dissenso.

Infatti sebbene il punto di partenza del documento sia condivisibile, in seguito si sviluppa in modo da prefigurare un modello a progressiva sindacalizzazione dei consumatori facendoli diventare dei meri patronati. Il modello che viene proposto, infatti, senza neanche troppi equivoci, è un modello sindacale, strutturato su forma confederale e fatto di sportelli patronali presenti sul territorio, tipico della struttura sindacale.

Tutta la questione è imperniata sullo "sportello" elevato da mero strumento operativo a criterio fondamentale di riconoscimento della qualità di associazione di consumatori. Partiamo dalla questione economica che in realtà è solo apparentemente tale. Il documento prevede che per ottenere l’iscrizione all’albo regionale, e quindi per essere riconosciuti rappresentativi degli interessi dei consumatori, bisogna dimostrare per almeno un triennio la presenza di sportelli in maniera congrua sul territorio regionale, significa che mediamente avremo per regione non meno di 3 sportelli e possiamo supporre che ogni sportello abbia un costo medio di circa 20.000 euro l’anno tra affitto, personale utenze e altre spese fisse per un totale di € 60.000 l’anno che, se moltiplicato per tre anni significa un investimento medio per Regione di € 180.000. A questo punto il problema è evidente: non chiedo il perché del dover spendere tutti quei soldi, ma chiedo chi elargisce tutti quei soldi?

Quali sono quindi le possibili soluzioni.?
Primo, si può pensare che il denaro necessario a costituire una nuova associazione regionale derivi da poteri economici in grado di effettuare questo tipo di investimento, oppure, secondo, che si debba dipendere dall’esito delle progettualità derivanti dai fondi istituzionali ed in particolare regionali. Da questa seconda ipotesi, scaturisce evidentemente un rapporto di sudditanza che limita pesantemente l’autonomia e la libertà di azione della stessa.
In pratica, attraverso la dipendenza economica derivante dal dover mantenere una pesante struttura ( che per altro nulla ha a che vedere con la reale capacità di rappresentare il territorio) si vuole sindacalizzare i consumatori facendoli diventare patronati più o meno alla stregua dei governi regionali che, a questo punto, non avranno "decenza" nell’utilizzare le associazioni di consumatori per propagandare iniziative meramente reclamistiche e promozionali.

Viene quindi da chiedersi perché le associazioni di consumatori accettano questo patto? La risposta è nel fatto che in questo modo, evidentemente, non potranno nascere nuove aggregazioni di consumatori "chiudendo" il cerchio a quelle che già esistono. Difatti, anche se in una Regione qualsiasi, qualcuna delle associazioni riesce a sopravvivere a questo capestro, la stessa, non riuscirà mai ad avere i numeri richiesti per accedere alla rappresentanza nazionale .
Da ultimo, altre due considerazioni, la prima riguarda un evidente profilo di incostituzionalità in quanto una eventuale legge regionale che dovesse rendere normativa la forma associativa confederale secondo l’indicato precetto di "Autonomia patrimoniale e giuridica a livello regionale, come previsto per le associazione di promozione sociale, specificando eventualmente forme di raccordo con l’associazione nazionale", è una palese limitazione della sfera di autonomia dei singoli costituzionalmente garantita dalla Costituzione, dove all’art. 18 stabilisce che " I Cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazioni, per fini che non sono vietati dalla legge penale".

La seconda considerazione riguarda la previsione dello scopo esclusivo. Quello che non si comprende è: laddove si sia sentita la necessità di individuare esattamente lo scopo sociale dell’associazione consumerista, come si pensa di coniugarlo, senza storpiarlo, alle organizzazioni di ordine sindacale in evidente conflitto d’interessi?

Ivano Giacomelli
Segretario nazionale del CODICI

Comments are closed.