EDITORIALE. Fazio, tempi travagliati, di A. Longo

Adoro Fazio e la sua trasmissione "Che tempo che fa". E ho un’opinione fortemente negativa del presidente del Senato Schifani. Il programma di Fazio è uno dei programmi più freschi, gradevoli e brillanti che si possono vedere oggi nella tv italiana. Non ci fa velo quindi nessun pregiudizio, anzi ne abbiamo solo di favorevoli, se stavolta esprimiamo una critica non leggera alla puntata in cui Marco Travaglio ha attaccato duramente Schifani. Questa è l’ultima persona (o una delle ultime) che avrei voluto vedere sullo scranno più alto del Senato.

Ma se viene attaccato in maniera proditoria e giornalisticamente inaccettabile, cioè in sua assenza e in mancanza di alcun contraddittore, per onestà intellettuale va difeso anche da chi non lo apprezza. Lo "stile" giornalistico di Travaglio è noto. Molto documentato, preciso, circostanziato. E pare che vinca tutte le cause intentate contro di lui da coloro che si sentono diffamati, calunniati o offesi. Ma c’è qualcosa che va oltre la rilevanza penale o civile del suo modo di fare giornalismo. Ed è proprio il problema etico, di correttezza professionale. Stavolta ha sbagliato e con lui ha sbagliato Fazio. C’erano solo loro due. Schifani era assente e nessuno poteva difenderlo o poteva dare spiegazioni su quanto affermava Travaglio.

Nella trasmissione di "Anno zero" di qualche settimana fa, altra causa di grandi polemiche, le farneticanti affermazioni di Grillo erano state in qualche modo rintuzzate da altri partecipanti al dibattito. Stavolta invece no, a parte le solite "prese di distanza" molto garbate e cortesi di Fazio, che però ha detto espressioni uguali a quelle che dice quando Luciana Litizzetto prende in giro simpaticamente "eminence", ovvero il card. Ruini che ci scherza su. Dare praticamente dell’"amico dei mafiosi" al presidente del Senato è grave per la qualifica della persona, ma perché quella persona è assente, non c’è nessuno che controbatte. E questo è dal punto di vista dell’etica giornalistica una grave scorrettezza.

Che poi il "fatto" su cui si basa quell’affermazione sia contenuto in un atto giudiziario (questa è la difesa di Travaglio) non cancella la responsabilità ma paradossalmente l’aumenta. Gli atti giudiziari vanno usati con cura. Ci sono i fatti, le tesi accusatorie, le prove, le testimonianze, le conclusioni. Se si estrapola una parte soltanto, si può condannare o assolvere una persona senza dire cose false ma anche senza dire la verità, che il risultato di "tutte" quelle parti considerate nel suo insieme. Un giornalista corretto non può citare solo un fatto e poi dedurre o alludere ad una colpa. Tanto più in televisione. Queste cose Travaglio dovrebbe saperle. O forse le dimentica.

Gliele ricorda in uno splendido articolo oggi Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, raccontando un "fatto" che riguarda lo stesso Travaglio. Risulta che negli anni ’90 un personaggio all’epoca incensurato, anzi sottufficiale di polizia, abbia pagato una villeggiatura in Sicilia di Travaglio. Quel personaggio poco dopo risultò essere una "gola profonda" di personaggi mafiosi. Questo autorizza qualcuno a dire che Travaglio è uno colluso con la mafia? Assolutamente no, afferma D’Avanzo, che poi conclude:"Anche Travaglio può essere travolto dal metodo Travaglio. La sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale merita onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque".
Sottoscriviamo parola per parola.

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