EDITORIALE. “I Consumatori, Clyde e la formula segreta”, di M. Dona (UNC)

Visto da fuori l’edificio è meno appariscente di quanto avremmo immaginato. Del resto è la base della Coca Cola, bevanda gassata "inventata" a fine Ottocento da John Pemberton, un farmacista di Atlanta, Stato della Georgia, nel sud- est americano. Siamo qui in rappresentanza di otto associazioni di consumatori: due giorni al di là dell’oceano per incontrare l’azienda che vende oltre un miliardo e mezzo di bottigliette e lattine al giorno.

Varcati i controlli di sicurezza ci appare subito la magnificenza dell’industria: l’ovale di un ampio salone rivestito di marmo pregiato fa da anticamera al parco retrostante. Al centro ci accoglie uno dei vicepresidenti, fasciato in un abito scuro sul quale spicca l’appariscente cravatta rosso-coke. Clyde Tuggle ha un sorriso cordiale, su un volto di cera: sembra appena uscito da un museo di Madame Tussauds, gli zigomi sagomati, scarsa presenza di rughe nonostante i cinquant’anni o più. I capelli, perfettamente ordinati con la riga da un lato, sembrano pettinati con un calibro di precisione, i gemelli ai polsi brillano ad intermittenza.

Nel grande salone campeggia la scritta in oro "The Coca Cola Company", impreziosita da alcune bandiere d’alta cerimonia: quella a stelle e strisce, quella della Georgia, quella sgargiante della Coca Cola e… il nostro tricolore. La cosa ci sorprende: chissà se ogni delegazione in arrivo ad Atlanta riceve simili attenzioni? Una simpatica signora munita di attrezzatura fotografica interrompe i convenevoli e ci invita a prendere il centro del salone per la foto ufficiale. Clyde e tutti noi intorno: cheese!!! In breve siamo in una spoglia sala riunioni del primo piano. Mr Tuggle rinnova il suo benvenuto, dichiara di amare l’Italia più di ogni altro posto al mondo, spiega qualcosa circa l’importanza dei consumatori e bla bla bla.

Arriva il momento delle domande, il mio turno per secondo, impugno il microfono: racconto che da bambino non potevo bere Coca-Cola a casa, ma soltanto in occasioni speciali, come alle festicciole con gli amici che quindi attendevo con ansiosa emozione. Spiego con cura il concetto: mio padre non intendeva vietarmi in generale il consumo del prodotto, ma riteneva giusto che fosse la bevanda di momenti occasionali. "E’ grazie a genitori come il mio se oggi in Italia la Coca-Cola è bevuta molto di più fuori casa che non tra le mura domestiche".

Vengo al dunque: "Dear Mr Clyde, in queste settimane in Italia è in programmazione una campagna pubblicitaria che raffigura una tipica famiglia italiana che pasteggia con una enorme bottiglia di Coca-Cola. Il messaggio non mi sembra corretto: se davvero portassimo in tavola la bevanda a pranzo e a cena travalicheremmo di gran lunga i limiti al fabbisogno giornaliero di zuccheri e saremmo rapidamente a rischio obesità".
La faccia di cera mi guarda con un sorriso ineffabile. Concludo: "sarei lieto se lei, come responsabile mondiale della comunicazione, si impegnasse per ridurre questi messaggi che rischiano di mettere a repentaglio l’integrità e la salute dei cittadini". Clyde non esita neppure per un momento. Dapprima spiega che non sarebbe giusto ritenere la bibita unica responsabile dell’obesità ("cosa dovremmo dire – aggiunge – della pasta, del vino, del tiramisù", dimostrando di saperne qualcosa della tavola degli italiani, ma forse gli sfugge che pasta, vino e tiramisù non appartengono al quotidiano dei nostri pasti) "quanto alla pubblicità, – poi aggiunge – alcuni studi dimostrano che per accrescere i volumi delle nostre produzioni, dobbiamo incentivare il consumo domestico".

Faccio la faccia dell’avvocato che sente l’imputato confessare di essere il colpevole già alla prima domanda. "Come sarebbe a dire – penso tra me e me! Clyde, stai dicendo che l’obiettivo della vostra pubblicità è proprio quello di portare bottiglioni da un litro e mezzo sulla tavola degli italiani? Stai confermando di voler sacrificare la salute dei consumatori in nome del business?"

Non faccio in tempo a realizzare: Clyde ha perso la sua espressione rassicurante, bisbiglia qualcosa ad un collaboratore ed annuncia di essere stato richiamato con urgenza dal suo capo (visto il suo ruolo, deve averlo contattato telepaticamente il Presidente della Coca-Cola in persona!).

A causa della brusca interruzione i colleghi delle altre organizzazioni di consumatori non possono più rivolgere a Clyde le loro domande. In molti restano di sasso per la repentina ritira- ta, qualcuno ironizza: "Massimiliano lo ha fatto scappare". Clyde ha appena il tempo di scusarsi e di annunciare che, se gli sarà possibile, tornerà "volentieri" a parlare con noi più tardi. Sappiamo tutti che non tornerà.

Quando alla fine della giornata ripassiamo nel grande salone di marmo, notiamo che la bandiera italiana non c’è più. Qui non c’entra Clyde, sarà tornata nel magazzino per far posto, il mattino successivo, a quella di un’altra delegazione. Speriamo solo che non facciano domande scomode come i rappresentanti dei consumatori del bel paese…

P.S.: Sara ed Alessandro, i rappresentanti della Coca-Cola in Italia che hanno organizzato la nostra missione ad Atlanta, sono stati degli ospiti deliziosi. Intendo tranquillizzarli: la missione non ci ha deluso, intendeva essere una visita educativa e lo è stata. Fin troppo!

Di Massimiliano Dona, Segretario Generale Unione Nazionale Consumatori

 

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