EDITORIALE. Il Paese delle tre scimmiette, di A. Longo

La vicenda della legge sulle intercettazioni telefoniche finirà nel solito modo. Non se ne farà nulla e se alla fine una qualche normativa-bavaglio verrà approvata e promulgata con la firma del Presidente della Repubblica (tutta da vedere, ma a tempo debito, on. Di Pietro, non ora!), ci sarà sempre la possibilità di impugnarla davanti alla Corte costituzionale e comunque sarà inefficace rispetto alla possibilità di pubblicare qualsiasi documento su un sito collocato all’estero.

Allora, tanto rumore per nulla? Sbagliano l’opposizione, il mondo giornalistico e gli editori, le decine di migliaia di utenti che nel web stanno manifestando la loro indignazione e il rifiuto verso le norme approvate dal Senato? No, fanno bene e ci uniamo a loro nel nostro piccolo, consapevoli che la libertà di stampa e il diritto all’informazione sono due pilastri di ogni ordinamento democratico. Nel nostro Paese gli ultimi quindici anni sono stati, dal punto di vista politico, disastrosi su tutti i fronti. Ad una maggioranza di centrodestra sempre più schiacciata sul leader e sui suoi interessi, non si è saputa contrapporre con efficacia e credibilità di proposte e di uomini un centrosinistra diviso tra retorica populista e timidezza riformista. Un’alleanza che divora tre presidenti del Consiglio in 5 anni (1996-2001) e poi appena riconquistato il potere nel 2006 cade per l’idiozia politica di "leadericchi" giustamente passati nel dimenticatoio della storia, ha gravi responsabilità non inferiori a chi sta facendo dell’Italia il Paese delle tre scimmiette: non parlo, non sento, non vedo. Se accanto al Parlamento non eletto ma nominato dalle segreterie dei partiti si aggiungeranno giornali con le pagine bianche per l’autocensura e giudici piegati al potere, potremo prendere le tre scimmiette come simbolo nazionale.

Antonio Longo

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