EDITORIALE. “Il diritto di sapere” di A. Longo

Ogni volta che si limita la libertà di stampa, si indebolisce la democrazia di un Paese e si privano i cittadini di un diritto riconosciuto ormai da secoli. C’è sempre la tentazione per tutti i governi di trovare pretesti più o meno credibili per colpire chi va a curiosare negli affari più o meno leciti di un ministro o di un ministero.

Da molto tempo le intercettazioni telefoniche costituiscono per l’attuale governo un ostacolo da rimuovere. Dai testi trascritti di telefonate sono scaturiti gli scandali più clamorosi degli ultimi anni, dalle "accompagnatrici" del presidente del consiglio alla casa "regalata" a Scajola, fino alla risata indegna degli imprenditori affaristi nei minuti in cui L’Aquila veniva distrutta dal terremoto. Per non dare soltanto colpi all’attuale maggioranza, ricordiamo che anche quando furono pubblicate le telefonate poco "opportune" di D’Alema e Fassino sull’Unipol quei leader protestarono, perché si trattava di contenuti irrilevanti sul piano penale. Ebbene, anche loro avevano torto, perché un giornale che viene in possesso di contenuti del genere ha il dovere, non solo la convenienza, di pubblicarli.

La trasparenza della gestione pubblica deve avere la precedenza su ogni altra tutela, soprattutto quando si tratta di potenti che per loro scelta si espongono alla lente di ingrandimento dell’opinione pubblica. A suo tempo ci schierammo tra coloro che difesero l’iniziativa dei redditi on line, perchè il dovere fiscale di ciascuno di noi non è un affare privato. Adesso siamo convinti che il provvedimento sulle intercettazioni è decisamente una cappa di piombo che si vuole calare sul diritto dei cittadini ad essere informati. HC nel suo piccolo non si farà intimidire da queste scelte, che peraltro siamo sicuri verranno bocciate dalla Corte costituzionale appena qualcuno solleverà la questione. Saremo in piazza domani con la FNSI e con tutti quelli che non si vogliono arrendere all’idea di un Paese imbavagliato.

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