EDITORIALE. “Il petardo della class action”, di A. Longo

La partenza della class action sembra un petardo di capodanno che emette uno scoppiettio e un po’ di fumo, non molto di più. A parte il Codacons, che di fuochi d’artificio consumeristi se ne intende (a volte con apprezzabili risultati, tante altre con solo effetto annuncio), nessuna associazione delle grandi associazioni nazionali ha presentato formalmente una azione di classe. Qualcuna è stata "preannunciata", altre "sono allo studio". Poi ci sono strologamenti da ignoranza delle norme, come quando si parla da parte dei Verdi dei "danni della tangenziale di Napoli", senza conoscere l’ambito di applicazione delle nuove norme, la retroattività limitata, il necessario collegamento a clausole contrattuali per l’acquisto di beni e servizi e al Codice del consumo.

Ma forse, al di là di ogni altra considerazione tecnica, va messo in risalto un dato politico innegabile: la class action all’italiana piace tanto a Confindustria, non piace a nessuna delle associazioni dei consumatori e a chi ha veramente a cuore i loro interessi. La versione approvata (sotto "ricatto" politico di due senatori, ricordiamolo!) dal Governo Prodi non era certo perfetta e gli esponenti consumeristi se ne erano pubblicamente lamentati. Il Governo Berlusconi ha peggiorato ulteriormente la situazione, rendendo ancora più farraginosa, lunga e soprattutto costosa la procedura da attivare.

Intanto sono stati messi al sicuro tutti gli eventuali illeciti antecedenti il 16 agosto 2009 e cioè sono state eliminati quelli riguardanti i bond Argentina, le vicende Cirio, Parmalat etc.. Poi si costringono i consumatori danneggiati a farsi carico delle spese di pubblicizzazione dell’azione. Infine l’azienda chiamata in causa potrebbe, se la class action dovessere essere riconosciuta infondata o comunque chiudersi senza condanna, chiedere un risarcimento per danni alla "reputazione", che ovviamente sarebbero miliardari.

Francamente non sappiamo quale associazione o gruppo di interessi potrà a cuor leggero intraprendere questa procedura. E la cautela con cui si stanno muovendo tutte (o quasi) le associazioni ne sono una riprova. Ma vedremo alla prova dei fatti cosa ne sarà di questa tutela giuridica dei consumatori tanto attesa e tanto utilmente efficace negli scorsi decenni in Paesi come gli USA.

Post scriptum
C’è un "ladro di parole" che si è appropriato abusivamente del termine "class action" per uno dei suoi tanti ballon d’essai di presunta riforma della Pubblica amministrazione a vantaggio del cittadino. Si chiama Renato Brunetta e ha spacciato per tutto il 2009 una possibilità da anni esistente nel rapporto P.A.- cittadino, e cioè il reclamo per un ritardo o un disservizio, come la "class action della Pubblica Amministrazione" che avrebbe cambiato radicalmente la qualità dei servizi della Amministrazioni pubbliche. Tutto falso, tutto un bluff. Non si prevede nessun risarcimento, che è il vero strumento deterrente della class action; nessuna soddisfazione per il cittadino; solo una indagine interna (in tempi biblici) e un impegno a sanare il disservizio accertato, magari un anno dopo. Ma Brunetta è fatto così: basta l’annuncio, con corredo di spot, interviste, applausi, grandi consensi mediatici. Ma alla prova dei fatti, i ritardi, i disservizi, le lungaggini burocratiche sono sempre là.

Antonio Longo

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