EDITORIALE. Il teatrino della politica e il consumatore, di M. Dona

Durante la campagna elettorale abbiamo dovuto assistere alla (ormai ricorrente) sceneggiata dei molti politici che hanno pensato di agitare lo specchietto per le allodole degli interessi dei consumatori pur di trovare consensi. Qualcuno ha persino escogitato di utilizzare la parola "consumatore" nel logo di una formazione politica (qualche furbacchione anche di utilizzare il nome della nostra Unione) per attirare qualche voto.

La cosa potrebbe forse inorgoglirci se fosse la prova della definitiva affermazione delle istanze consumeristiche nell’agenda politica italiana. Ma, purtroppo, non è così: gli interessi dei consumatori sono rimasti per troppo tempo sullo sfondo, mentre il caro-vita, la qualità delle produzioni e l’ingannevolezza di alcune pratiche commerciali diventavano emergenze. Dov’era allora la politica? E’ troppo facile scoprirsi paladini dei consumatori adesso, quando servono voti.

Del resto, già promuovere un "partito di consumatori" mi sembra una contraddizione in termini: i consumatori non possono essere "una parte" per la semplice ragione che sono un "tutto". Il vecchio adagio secondo cui siamo tutti consumatori è il miglior modo per spiegare che la nozione di consumatore individua non una categoria di soggetti (come potrebbero essere, ad esempio, i pensionati), bensì dei comportamenti che appartengono a ciascun cittadino. Anche il più famoso dei managers è un consumatore: se non farà materialmente la spesa al supermercato, dovrà comunque confrontarsi, una volta rientrato a casa, con le scelte di economia domestica che avrà delegato ad altri. Ma egli stesso è un consumatore.

Con questo non voglio dire che chi si occupa di tutelare i consumatori non debba "sporcarsi le mani" con la politica, al contrario. Il dialogo con chi governa è essenziale per far crescere le istanze consumeristiche: la politica deve trarre spunto dall’esperienza fatta quotidianamente da chi si occupa del cittadino per realizzare interventi davvero efficaci.

Per questo la nostra Unione ha suggerito alcuni temi perché fossero inseriti nei programmi delle compagini che si contendono il governo del nostro Paese: salvaguardia del potere di acquisto delle famiglie (potenziando salari e pensioni, ma anche ricorrendo alla mano pesante nei confronti delle speculazioni della filiera per ridurre i prezzi al dettaglio), accelerazione dei processi di liberalizzazione (senza dimenticare, però, di fare i controlli sulla effettiva messa in pratica delle riforme), semplificazione dell’attuale procedura per accedere alla giustizia (ivi compresa la neonata class-action che, così com’è, servirà a ben poco), avvio di una seria politica di educazione dei cittadini ad un consumo intelligente (per evitare che restino involontari responsabili di scelte irrazionali e degli sprechi che contribuiscono ad aggravare i bilanci famigliari).

Attendiamo di vedere, sbollita la competizione elettorale, se questi temi saranno effettivamente posti all’ordine del giorno di chi governerà questo Paese. Se così non fosse il teatrino della politica sarebbe ancora una volta paragonabile a quegli show nei quali si aggiunge al cast una prima-donna solo per aumentare gli ascolti, salvo poi verificare che la malcapitata è solo di abbellimento scenografico. E nulla di più.

Articolo a cura di Massimiliano Dona apparso su Le scelte del consumatore

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