EDITORIALE. Le contraddizioni del voto all’estero, di A. Longo

La vicenda dell’elezione nella circoscrizione Europa del senatore PDL Di Girolamo, accusato per l’affare Fastweb, ha fatto emergere in tutta la sua gravità la questione del voto all’estero. Introdotta qualche anno fa col voto bipartisan dopo decenni di battaglie soprattutto del senatore Mirko Tremaglia, prima del MSI, poi di Alleanza nazionale, la possibilità di partecipare alle elezioni politiche per coloro che pur lontani dal Paese hanno conservato la cittadinanza italiana rispondeva ad un diritto teoricamente accettabile ma in concreto non facile da riconoscere e da rendere esercitabile.

Se aveva un senso infatti permettere di votare agli italiani lontani dal Paese perché impegnati temporaneamente all’estero, magari per le missioni di pace o nelle ambasciate o in altri organismi internazionali, come si è potuto concedere l’elettorato attivo e passivo a persone che non risiedono più in Italia da decenni? A chi non parla più neppure l’italiano e ai loro figli che nulla sanno del Paese di origine dei loro genitori? Come garantire la segretezza del voto per corrispondenza, espresso parecchi giorni prima della tornata elettorale nazionale e scrutinato quando ormai i risultati sono già noti e consolidati?

In questi giorni abbiamo appreso di schede bianche comprate dalla criminalità organizzata e usate per far vincere un signore che non è mai stato residente all’estero, ma che risultava tale per la connivenza di funzionari dell’ambasciata italiana a Bruxelles . Il ministro Frattini non ha nulla da dire, nessuno da rimuovere?

E come può accettare un Paese civile di riconoscere l’elettorato attivo e passivo a persone dotate soltanto di un passaporto italiano, ma che non pagano le tasse allo Stato italiano, mentre lo nega ai cittadini extracomunitari che oltre a parlare benissimo italiano contribuiscono al fisco italiano e finanziano le nostre pensioni con il loro lavoro?

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