EDITORIALE. Una scomunica empia, di A. Longo

C’era una volta a Recife, in Brasile, un vescovo che si chiamava Helder Camara ed era considerato "fratello dei poveri", "voce di chi non ha voce". Era vicino ai più umili, ai bambini delle favelas, agli oppressi dal regime allora dittatoriale che c’era nel suo Paese. Tutto il mondo lo conosceva e lo amava.

C’è oggi a Recife un vescovo (non importa il suo nome) che scomunica i genitori e i medici che hanno fatto abortire una bambina di 9 anni violentata dal suo patrigno. Quest’uomo ha stuprato la piccola e ha abusato anche della sorella invalida di 14 anni.

C’era una volta e c’è ancora una Chiesa ufficiale e gerarchica che giudica i fatti degli uomini e delle donne con i codicilli di una morale formalistica che dimentica i drammi e le tragedie personali e familiari che stanno dietro un aborto.

C’era una volta e c’è ancora, per fortuna, una Chiesa dei mille sacerdoti e dei fedeli che ascoltano anzitutto il disagio e il dolore di chi fa questa scelte. E non condanna, ma comprende e accoglie.

Scrive Adriano Sofri:"Penso che non si debba commentare tutto ciò. Neanche una parola. Bisogna trattenere il respiro, fino a scoppiare".

Una parola noi vogliamo dirla. E siamo sicuri che il vescovo Camara, dovunque egli si trovi a dieci anni dalla sua scomparsa, sarà d’accordo con noi. Quella scomunica, pronunciata in nome di una religione che si ispira all’amore, è soltanto disumana crudeltà. Quella scomunica è empietà.

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