EDITORIALE. Vini, come rovinarsi la reputazione, di A. Longo

Questa storia dei vini adulterati sembra la ciliegina sulla torta. Naturalmente avvelenata. In un momento di estrema difficoltà del Paese, che è sulle pagine di tutti i giornali del mondo da mesi per le vicende dei rifiuti napoletani e da settimane per le vicende sciagurate della mozzarella alla diossina, la notizia che anche dei vini italiani c’è poco da fidarsi è una tegola che potrebbe essere decisiva per il made in Italy.

Non so se possa essere sufficiente chiedere i nomi dei disonesti che sono responsabili di questi misfatti. Certo, stupisce che ci possano essere cautele di privacy o non sappiamo di quale altro tipo di fronte ad atti che non solo rovinano la reputazione di interi comparti produttivi e di un intero Paese, ma mettono anche a rischio la salute dei cittadini.

E stavolta non possiamo neppure prendercela con i "soliti napoletani"… dentro ci sarebbero aziende del Nord: in provincia di Brescia, Cuneo, Alessandria, Bologna, Modena, Verona, Perugia.
Stavolta i leghisti hanno poco da imprecare contro "il solito Sud".

Eppure, nonostante tutto, crediamo fermamente che il sistema produttivo agroalimentare italiano sia sicuro e di alta qualità. Ce lo dicono i controlli intensi e di alta professionalità che i nostri NAS e i nostri veterinari effettuano quotidianamente. Ce lo dice il successo del cibo italiano in tutto il mondo.

Non roviniamo tutto per pochi delinquenti.

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