ENERGIA. Roma, energia e innovazione per far fronte all’approvvigionamento

Nel nuovo millennio, caratterizzato da profonde trasformazioni strutturali nell’economia mondiale, appare sempre più pressante il problema dell’approvvigionamento energetico. L’energia e l’innovazione tecnologica sono state al centro della conferenza internazionale organizzata (per il 27 ed il 28 marzo) da EniTecnologie in collaborazione con l’Accademia dei Lincei: studiosi ed esperti del settore economico-energetico si sono confrontati per proporre modelli teorici in grado di generare sviluppo nel medio e lungo termine.

L’incontro della giornata odierna è stato aperto da Gerald Doucet (secretary general World Energy Counsil)."La politica energetica attuale – ha affermato Doucet – si basa su presupposti erronei. Esistono grosse differenze fra paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati: mentre i primi necessitano di fornire crescente energia alla popolazione più povera, gli altri possono guardare all’efficienza energetica, riducendo così le emissioni di CO2". Il rappresentante del WEC ha poi evidenziato l’asimmetria a livello mondiale tra crescita del PIL e l’uso dell’energia: nell’economia moderna serve infatti meno energia per produrre più crescita. "Il fabbisogno energetico -ha proseguito Doucet – non è così drammatico, anche se non si deve sottovalutare il problema. L’uso dei combustibili fossili è stazionario; per migliorare l’efficienza energetica occorre ora puntare sullo sviluppo delle prestazioni delle centrali, sulla diminuzione delle perdite nella trasmissione e distribuzione, sulla razionalizzazione nell’uso finale". La soluzione prospettata da Doucet si basa su: price driver (prezzi stabili nell’energia); programmi industriali con piani d’azione; standard, etichettatura, codici e informazione; partnership industria-governo su politiche energetiche.

"Il dibattito energetico – ha affermato Leonardo Maugeri, Direttore strategie e relazioni internazionali ENI – è basato su errate percezioni, specie nei periodi di crisi. In realtà l’origine delle crisi è costituita dalle conseguenze del basso prezzo del petrolio dei periodi scorsi: i prezzi esigui avuti fra il 1886 ed il 2000 hanno portato ad una sovrapproduzione di greggio, ed a scarsi investimenti in tecnologia e ricerca di nuovi giacimenti". Secondo Maugeri la crisi petrolifera deve tener conto di tali fattori, dato che dopo i tre allarmi energetici del secolo scorso è seguito sempre un periodo di sovrapproduzione. "Prezzi ridotti – ha continuato Maugeri – portano ad una drastica diminuzione degli investimenti in nuove esplorazioni, con lo sfruttamento eccessivo dei giacimenti esistenti. In realtà non c’è un vero esaurimento petrolifero". "Solo prezzi alti – ha concluso il direttore dell’ENI – consentono nuovi atteggiamenti verso lo sviluppo delle risorse energetiche. Gli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere, ossia liberalizzazione dei mercati, maggior sicurezza, costi più bassi, energie rinnovabili, difficilmente sono perseguibili contemporaneamente. Tali obiettivi sono invece possibili solo con prezzi più alti dell’energia che portano ad investire nella ricerca, e possono anche indurre una maggior razionalizzazione dei consumi, senza sprechi. Una seria politica dell’energia richiede comunque tempi lunghi, non meno di 15 o venti anni".

Adnan Shiban-Eldin (Director of Research Division-OPEC) ha ribadito l’asimmetria tra i vari andamenti di crescita del PIL, consumo energetico e prezzo del petrolio. "Negli ultimi tre anni – ha dichiarato Shiban-Eldin – l’aumento del greggio è stato guidato dalla crescita della domanda (crescita economica di Paesi come India e Cina), oltre che a fattori geo-politici. In tale contesto l’OPEC può intervenire favorendo: l’utilizzazione della capacità di riserva, l’investimento a monte in progetti su esplorazione dei nuovi giacimenti ed investimenti a valle (nelle strutture di raffinazione) nei 12 paesi aderenti all’OPEC. Ma quando fare tali investimenti? Serve una strategia a lungo termine, in un’ottica di ragionevolezza". In conclusione il direttore OPEC ha sottolineato che nei prossimi anni il petrolio rimarrà l’energia principale (nonostante gas, carbone ed energie rinnovabili):"Per il futuro bisognerà studiare le soluzioni migliori per aumentare l’efficienza energetica e per ottimizzare lo sfruttamento delle risorse. Servono però prezzi ragionevoli e stabili, che a livello teorico si attestano fra il 40 ed i 60 dollari al barile (prezzo di stabilità). Nei prossimi due anni comunque i prezzi non scenderanno sotto i 40 dollari".

La testimonianza dei paesi emergenti è stata portata dall’economista indiano Amit Bhaduri (Jawaharlal Nerhu University, India), che ha prospettato tre proposte possibili per risolvere il problema energetico. "India e Cina – ha affermato Bhaduri – hanno un crescente fabbisogno di energia, prodotto dai cambiamenti strutturali in corso (settore manifatturiero in primis) e dai metodi standard utilizzati a livello microeconomico in ogni settore: fondamentale è infatti il cambiamento nella composizione della produzione". Delle tre soluzioni espresse, secondo l’economista, la prima, ossia il calo del fabbisogno energetico, non è praticabile. La seconda proposta consiste nel valutare il fabbisogno a seconda dei settori microeconomici, che nel tempo possono mutare. "Si prenda ad esempio l’agricoltura – ha detto Bhaduri -, che in India ha prodotto un incremento nell’utilizzo dell’energia (per l’uso di fertilizzanti chimici, irrigazione etc.). La terza proposta consiste nel valutare attentamente i problemi. Serve ragionare con una mentalità più lungimirante: nei paesi in via di sviluppo infatti, a breve termine, i prezzi alti non conducono all’uso delle fonti alternative".
Petrolio o fonti alternative? Per Bhaduri esiste ancora incertezza sul mercato. "Serve una pianificazione strategica con investimenti in tutte le risorse energetiche, finché non emergerà una fonte stabile. Ora si investe sul gas ((India, Iran), ma ancora non si sa su cosa realmente puntare. In India ad esempio si potrebbe sviluppare il solare, altri paesi potrebbero concentrarsi sul gas etc. Propongo dunque di giungere ad una divisione internazionale di ricerca e sviluppo, superando gli interessi ed i particolarismi nazionali".

L’intervento conclusivo è stato affidato a Thomas B. Johansson, Professore e direttore internazionale Institute for Industrial Environmental Economics Lund Univerity, Sweden, che ha illustrato le necessità di cambiamento nelle politiche delle diverse aree. "I mercati – ha affermato il docente svedese – lavorano meglio con piena e trasparente informazione, reale concorrenza, attenta riflessione su costi/benefici, sussidi ridotti per energie convenzionali e maggior investimenti sulle nuove tecnologie".

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