EUROPA. “Made in” per l’alimentare? A Dicembre la proposta della Commissione UE

BRUXELLES. Bisognerà aspettare dicembre per sapere se la Commissione europea renderà obbligatoria l’indicazione del luogo di origine o provenienza sulle etichette dei prodotti alimentari. La novità potrebbe essere contenuta nella proposta di revisione della direttiva 2000/13/CE (in materia di etichettatura, presentazione e pubblicità dei prodotti alimentari) che l’esecutivo comunitario dovrebbe presentare entro la fine del 2007.

Il condizionale però è d’obbligo perché i tempi potrebbero essere più lunghi dato che i lavori a Bruxelles sono ancora in una fase quasi embrionale e si stanno sviluppando sulla base dei risultati di una consultazione pubblica cui hanno partecipato le parti interessate dal febbraio al giugno 2006.

Fonti comunitarie hanno anticipato a Help Consumatori che nei primi giorni di ottobre inizierà una seconda consultazione, questa volta interna alla Commissione UE, che coinvolgerà funzionari della Dg Sanco (salute e tutela dei consumatori), Dg Agricoltura e Dg Industria. Da questa consultazione nascerà il testo che la Commissione UE presenterà ufficialmente al Parlamento europeo e al Consiglio Ue.

Per ora, stando a quanto riferiscono fonti comunitarie a Help Consumatori, la proposta su cui si starebbe sviluppando un maggior consenso in seno all’esecutivo comunitario non prevede l’obbligo di imporre l’origine su ogni alimento. Infatti sebbene tutta la Commissione riconosca che l’origine debba essere indicata quando conferisce specifiche caratteristiche o quando i consumatori possono essere indotti in errore, molti a Bruxelles temono che l’indicazione possa creare una classifica su criteri di qualità dei prodotti di serie A e di serie B, e possa ostacolare la libera circolazione dei prodotti nel mercato interno e portare a una rinazionalizzazione dei mercati.

Per quanto riguarda il campo di applicazione, i funzionari potranno esprimermi su tre ipotesi principali. La prima prevederebbe un’etichettatura d’origine obbligatoria per tutti i prodotti alimentari. La seconda invece limiterebbe l’obbligo della etichettatura d’origine solo ai prodotti per i quali i consumatori o le industrie l’hanno espressamente richiesto. L’ultima infine non prevederebbe l’obbligo di introdurre la provenienza ma introdurrebbe la definizione di criteri vincolanti per gli operatori di tutti gli Stati Membri che intendono volontariamente apporre tale indicazione nell’etichetta.

Allo stato attuale, secondo quanto previsto dalla direttiva 2000/13/CE, fra i dati obbligatori che devono figurare sull’etichetta si trovano ad esempio la denominazione di vendita, l’elenco e la quantità degli ingredienti, i possibili allergeni, la durata minima del prodotto e le condizioni di conservazione. La direttiva specifica che il luogo d’origine o di provenienza debba essere introdotto nel caso in cui una sua omissione possa indurre il consumatore in errore.

Una nube di incertezza esiste però anche a proposito degli strumenti con cui la Commissione vorrebbe regolamentare il sistema di etichette alimentari.

Per ora le ipotesi più accreditate sono queste tre: la prima chiede un approccio regolamentare obbligatorio attraverso direttive o regolamenti. Stando ai risultati della consultazione, questa ipotesi piacerebbe molto alle associazioni dei consumatori e alle aziende alimentari di media dimensione che desiderano proteggere e valorizzare la qualità dei propri prodotti. La stra grande maggioranza delle parti interessate che hanno risposto alla consultazione del 2006 si è espressa a favore dell’introduzione di un regolamento piuttosto che di una direttiva. Il primo infatti è direttamente applicabile e, a differenza delle direttive deve essere applicato integralmente dagli Stati membri, senza deroghe o modifiche di sorta.

La seconda ipotesi propone il mantenimento dello Status quo, ovvero quanto previsto dalla direttiva 2000/13/CE (luogo d’origine o di provenienza, qualora l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore circa l’origine o la provenienza effettiva del prodotto). Infine, la terza ipotesi potrebbe essere un approccio non regolamentare, basato sulla promozione di buone pratiche nazionali e comunitarie. Ipotesi che piace molto alle grandi industrie che auspicherebbero forme di auto regolamentazione in quasi tutti i settori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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