FARMACI. Aifa: al via taglio prezzi su equivalenti. Miracapillo (MC): “Pochissimi spiccioli”

Da oggi circa quattromila farmaci equivalenti e fuori brevetto vedranno un taglio dei prezzi che oscillerà dal 10% fino al 40%, secondo quanto disposto dall’Aifa che nei giorni scorsi ha pubblicato online la nuova lista di trasparenza dei medicinali interessati dal provvedimento. Un fatto positivo per i cittadini? Secondo Rossella Miracapillo, responsabile dell’Osservatorio Farmaci & Salute del Movimento Consumatori, il fenomeno è molto più complesso e in realtà si parla di una riduzione di prezzo di "pochissimi spiccioli" per farmaci che hanno già un costo contenuto. I singoli cittadini, insomma, quasi non se ne accorgeranno. Mentre i nuovi farmaci lanciati sul mercato hanno costi elevatissimi.

L’Aifa ha deciso di abbassare i prezzi di una serie di farmaci equivalenti. I produttori si sono però lamentati dicendo che c’è il rischio di non sopravvivere a tali ribassi. Come accoglie tale notizia e cosa ne pensa?

A primo impatto come cittadini dovremmo essere contenti della riduzione del prezzo perché potrebbe favorire un certo risparmio. Tuttavia credo vada fatta una riflessione molto più seria. Stiamo parlando di pochissimi spiccioli per prodotto in farmaci che hanno un costo già abbastanza basso. Se complessivamente sulla quantità di farmaci si otterrà un certo risparmio, questo sul singolo cittadino stenterà a farsi sentire in modo consistente. Inoltre parliamo di risparmi su farmaci che hanno costi molto bassi mentre in commercio esistono farmaci cinquanta, cento volte più costosi, che assorbono maggiori risorse. Se dal commercio, per una crisi economica, dovessero sparire aziende che producono farmaci generici, avrebbero mano libera le grandi aziende. Bisogna monitorare attentamente questo fenomeno e interrogarsi se era questa la manovra necessaria in questo momento. C’erano molecole, il cui brevetto era scaduto, che non sono mai state commercializzate dalle aziende di farmaci equivalenti perché la riduzione di prezzo imposta per legge non consentiva di recuperare il prezzo effettivo di produzione. Questi farmaci non hanno oscillazioni di prezzo, se non c’è concorrenza. Questo è il problema: se tagliamo troppo il prezzo del farmaco generico e mettiamo l’industria in condizioni di non poter produrre più, abbiamo di nuovo dato mano libera alle aziende brand.

Significa che non converrebbe produrre quel tipo di medicinale?

Certo, noi parliamo di equivalenti il cui prezzo è già molto basso, pari a due euro, tre euro, cinque euro. I nuovi farmaci biologici hanno un prezzo medio fra i 2000 e i 2500 euro a confezione. Qui tagliamo il prezzo su briciole. Il cittadino, su farmaci già a basso costo, non percepirà un risparmio effettivo perché non cambierà la situazione delle tasche degli italiani. Il rischio invece di mettere in pericolo queste aziende è di lasciare mano libera alle aziende brand.

Vendita dei farmaci equivalenti: i dati, che avete lanciato anche voi nella campagna di sensibilizzazione insieme a Teva Italia, dicono che in Italia coprono solo il 10% dei farmaci distribuiti, percentuale molto bassa rispetto all’Europa. Qual è la causa?

Il medico continua a prescrivere soprattutto il farmaco griffato. In farmacia il paziente potrebbe anche prendere l’equivalente, ma diventa difficile rinunciare alla prescrizione del medico perché c’è ancora diffidenza. Se si cominciasse a prescrivere per principio attivo questo problema non esisterebbe. In Inghilterra e in Germania, dove le aziende che producono farmaci equivalenti sono le stesse che producono in Italia, questo problema non esiste perché si prescrive per principio attivo. Mantenendo il nome di fantasia, in Italia il cittadino che deve cambiare ha la sensazione di essere curato peggio. Quindi preferisce mantenere la prescrizione del medico. Bisogna però ricordare che questa scelta sta penalizzando fortemente i cittadini. Le regioni in cui si fa meno promozione di farmaci equivalenti sono infatti quelle più esposte allo sforamento della spesa sanitaria, e in cinque regioni quest’anno c’è un extra Irpef di circa 61 euro a cittadino. In quelle regioni i cittadini hanno pagato due volte: una volta in farmacia, perché hanno preferito comprare il farmaco griffato pagando la differenza, e in questi giorni stanno pagando in termini di Irpef con un’addizionale abbastanza pesante.

Il farmacista quando riceve una ricetta ha l’obbligo di dire che c’è l’equivalente?

La legge 405 del 2001 impone al farmacista di informare il cittadino dell’esistenza del farmaco equivalente. Diventa poi una scelta del cittadino rifiutarla. In casi eccezionali, il medico può apporre un timbro sulla ricetta di non sostituibilità del farmaco per intolleranza a particolari elementi, ma solo in quel caso il farmacista non è obbligato a proporre l’equivalente corrispondente.

Un’analisi online dell’esperta in comunicazione Annamaria Testa dice che c’è una comunicazione poco efficace per i farmaci generici e che già usare la parola "generico" scoraggia l’acquisto. Secondo lei, c’è anche un problema di comunicazione per gli equivalenti?

All’inizio il termine generico ha avuto più un’accezione negativa. Modificandolo con equivalente non c’è stata una grande differenza. Il problema nasce dal fatto che c’è stata una contro-informazione da parte delle aziende del farmaco brand che hanno teso a screditare il farmaco generico. Sono girate quasi favole metropolitane: si diceva che non fosse efficace perché cambiavano gli additivi, si diceva che potevano essere sottodosati… si è detto di tutto e di più nel tentativo di stoppare questo mercato. Probabilmente questa campagna di discredito è stata efficace. È evidente poi che non c’è stato dall’altro lato, anche da parte del Ministero della Salute e dell’Aifa, grande sostegno alla comunicazione per la diffusione dei farmaci equivalenti. Nel 2007, quando l’Aifa si è impegnata in una campagna in tal senso, il mercato si è mosso in maniera positiva. Adesso siamo di nuovo fermi.

 

di Sabrina Bergamini

Comments are closed.