FARMACI. UNC: con liberalizzazioni farmacie rurali a rischio

Le farmacie in Italia ci sono, le farmacie rurali garantiscono il servizio nei piccoli comuni e l’attuazione di una liberalizzazione che affidi il servizio solo alle dinamiche del mercato potrebbe avere come conseguenza una distribuzione di farmacie non più capillare ma concentrata nei grandi centri urbani e nelle aree a maggiore redditività. È, in sintesi, la conclusione cui giunge una ricerca del RESc (Ricerche economiche società cooperativa) commissionata dall’Unione Nazionale Consumatori e presentata oggi a Roma nell’ambito del convegno "Processi di liberalizzazioni e funzioni di utilità sociale: il caso delle farmacie rurali".

La premessa da cui è partita l’UNC è che bisogna valutare le reali ripercussioni delle liberalizzazioni, frutto anche di un bilanciamento fra pro e contro. Secondo il segretario generale dell’associazione Massimiliano Dona, in particolare, le liberalizzazioni non vanno viste attraverso "gli occhiali dell’ideologia". Sostiene Dona: "Spesso le liberalizzazioni diventano guerre di religione, si contrappongono i pro e i contro in modo carico di pregiudizio. Tendenzialmente, e non abbiamo nessun dubbio al riguardo, le liberalizzazioni sono amiche dei consumatori. In alcuni settori, vanno studiate però con grande approfondimento. Il farmaco non è un prodotto come gli altri – aggiunge Dona – Il principale beneficio che in genere porta la liberalizzazione è in termini di prezzo; nel campo dei farmaci, i prezzi non subiscono questi effetti benefici perché sono regolamentati in modo stringente".

E l’abbassamento dei prezzi di alcuni farmaci per effetti della concorrenza? "Si tratta comunque di benefici marginali, non paragonabili a quelli visti ad esempio nella telefonia. L’altro grande beneficio della liberalizzazione può essere quello occupazionale e su questo ci potrebbero essere vantaggi. Dobbiamo però chiederci quali sono le ricadute in termini economici sulla cittadinanza. Se il risultato fosse di vedere molte farmacie nei grandi centri e nelle aree a grande redditività, e veder spogliati i piccoli comuni di quel presidio socialmente così importante, il cittadino non ne avrebbe beneficio. E i Comuni in quelle aree dovrebbero aprire farmacie comunali con nuovi costi che possono tornare sulla collettività. Qualcosa si deve fare, ma avendo attenzione all’interesse finale del cittadino".

Conclude Dona: "Noi stessi vogliamo farci fautori di liberalizzazioni vere, concrete, immediate nel quotidiano dei cittadini. Ogni giorno ci scrivono decine di persone chiedendoci perché sono costrette a comprare una scatola con sessanta pasticche quando ne devono usare solo dodici: quello è un campo dove la liberalizzazione farebbe bene e i cittadini risparmierebbero euro concreti e immediati". Fra le proposte dell’associazione, ci sono infatti una razionalizzazione degli orari di apertura delle farmacie e l’introduzione di confezioni di medicinali più ridotte.

Ma cosa dice in dettaglio la ricerca del RESc? In sintesi, spiega il suo presidente Stefano Fantacone, "il processo di liberalizzazione potrebbe comportare esiti non desiderabili in termini di diffusione del servizio" farmaceutico. Le farmacie ci sono: la loro diffusione è paragonabile con la media europea, tanto che in Italia c’è una farmacia ogni 3.374 abitanti, a fronte di un valore medio europeo di 3.323. La ricerca concentra l’attenzione sulle farmacie rurali, situate in comuni e centri abitati con meno di 5 mila abitanti: c’è una diffusione capillare, rileva la ricerca, con oltre 6 mila farmacie rurali che "garantiscono il servizio farmaceutico nelle zone rurali e nelle isole minori che altrimenti ne sarebbero prive. Le farmacie rurali rivestono un’importante funzione sociale perché spesso rappresentano sul territorio l’unico presidio sanitario esistente in cui opera un professionista laureato a disposizione degli utenti 24 ore al giorno".

La loro redditività è però inferiore a quella delle farmacie che si trovano in città. E allora, afferma la ricerca, la liberalizzazione potrebbe ridurre la loro diffusione, perché le farmacie rurali sono realtà piccole, con fatturati più bassi, localizzate in posti meno appetibili dal punto di vista commerciale: "Con le liberalizzazioni, la distribuzione delle farmacie potrebbe dunque passare da capillare a concentrata, comportando esiti non desiderabili in termini di diffusione del servizio". La ricerca ha analizzato il caso della Provincia di Chieti, dove le parafarmacie che sono state aperte si sono concentrate nelle aree più popolose e dunque più appetibili dal punto di vista di mercato, per concludere che "se le scelte insediative delle parafarmacie sono in qualche modo rappresentative dei comportamenti che prevarrebbero in una situazione di libero mercato, allora dovremmo concludere che la spinta prevalente sarebbe quella alla concentrazione degli insediamenti, con relativo abbandono delle zone marginali".

All’incontro erano presenti Annarosa Racca, presidente Federfarma, Alfredo Orlandi, presidente Sunifarm (farmacie rurali) e Franca Biglio, presidente dell’Associazione nazionale dei piccoli comuni italiani. Ha detto la presidente Federfarma: "Questa indagine è una grande fotografia della realtà. Stamattina si parla solo di servizio farmaceutico e non si parla di commercio. Permettere ai corner dei supermercati e alle parafarmacie di vendere anche i farmaci con ricetta medica significherebbe stravolgere il sistema attuale e privare della farmacia gli abitanti dei piccoli centri, mentre l’indagine presentata oggi dall’Unione Nazionale Consumatori indica che i cittadini vogliono, e oggi hanno, la farmacia dove serve".

di Sabrina Bergamini

La riproduzione di questo contenuto è autorizzata esclusivamente includendo il link di riferimento alla fonte Help Consumatori

Comments are closed.