FORUM P.A. Ict, Italia agli ultimi posti per interventi nel settore. Indagine AITech-Assinform

"Malgrado gli sforzi compiuti nell’e-government e nella banda larga, la Pubblica Amministrazione italiana non solo continua a spendere poco e male in tecnologie informatiche rispetto a quanto avviene nei paesi europei nostri concorrenti, ma una parte sempre più rilevante della spesa pubblica in IT è assorbita dalla stessa Pa. Ciò significa che la domanda pubblica sta sempre più venendo meno alla sua funzione di stimolo di un’offerta di servizi innovativi qualificata, per trasformarsi in uno strumento di condizionamento politico del mercato, a discapito della crescita e della competitività del sistema". E’ questo, in sintesi, il quadro emerso dall’indagine su "La domanda pubblica d’Information Technology: criticità e risorsa per il Paese" svolta da AITech-Assinform, i cui risultati sono stati illustrati dal presidente Ennio Lucarelli questa mattina nel corso del convegno inaugurale dell’edizione 2006 Forum Pa. All’incontro hanno preso parte Maurizio Beretta, Antonio Catricalà, Franco Frattini, Linda Lanzillotta, Beatrice Magnolfi, Lucio Stanca, Alberto Tripi, Franco Tumino.

L’indagine ha preso in considerazione i bilanci delle principali aziende d’Information Technology a capitale pubblico, di cui 30 espressione di enti locali e una realtà nazionale. E’ così emerso il ricorso crescente alla pratica dell’affidamento in house a società pubbliche costituite ad hoc, di servizi informatici interni e, più recentemente, anche di infrastrutture di telecomunicazioni, che arriva a coprire il 46% della domanda pubblica a livello locale, quest’ultima pari a circa 1.300 milioni di € e il 20% della domanda dell’ Amministrazione centrale (circa 1.700 milioni di €). Il fenomeno è particolarmente alimentato da Regioni, Province, Comuni, aziende municipalizzate. Fra queste spicca l’Emilia e Romagna con ben 5 aziende d’IT, seguita dal Lazio con 4, Toscana 3, Lombardia e Sicilia 2.

"L’affidamento in house costituisce un fattore di estrema criticità a livello locale – spiega Lucarelli – dove la "protezione pubblica" verso le proprie aziende finisce per mettere fuori dal gioco dello sviluppo soprattutto le piccole società, che costituiscono la gran parte del tessuto imprenditoriale dell’IT, e di renderle troppo deboli nei confronti di una committenza pubblica (Amministrazione più azienda pubblica), che é in conflitto d’interessi con se stessa. Dall’altra il rilevante potere politico e le disponibilità economiche di queste stesse società pubbliche le favoriscono nella partecipazione in altre regioni a gare condotte da strutture "consorelle, allargando i confini di un circolo vizioso e non virtuoso".

Quanto agli investimenti in Information Technology è emerso come siamo ben lontani da trend di crescita e perfomance qualitative dei paesi nostri concorrenti. Oggi la spesa totale nazionale in IT ammonta all’1,9% del Pil, contro il 3,8% degli Stati Uniti e il 3% della media europea. L’Italia rimane un grande importatore di tecnologie e servizi informatici, ruolo che si riflette nel sistema economico e nella competitività del Paese ormai come una vera e propria carenza strutturale. Ciò è evidenziato in modo particolare dal profondo rosso della bilancia dei pagamenti dell’Information Technology che ha chiuso il 2004 con un passivo di 519 milioni di euro, mentre si annuncia per il 2005 un trend in ulteriore peggioramento, che a novembre scorso ha fatto segnare un deficit di 678,5 milioni di euro.
In questo contesto la domanda pubblica qualificata

Sul fronte della domanda pubblica d’innovazione, nonostante molti sforzi siano stati fatti, siamo ben lontani dai trend di crescita e perfomance qualitative paragonabili a quella dei paesi nostri concorrenti. La spesa in IT sostenuta dalla Pubblica Amministrazione italiana è di 2.951 milioni di Euro (anno 2004, equivalente a 12% della spesa totale), pari a poco più della metà di quella francese (5.175 milioni di euro) e tedesca (5.964 milioni di Euro) e a quasi un terzo di quella inglese (8.815 milioni di euro). Interessante è notare che se la spesa totale della Pa (che contribuisce al 48% della formazione del Pil nazionale) colloca l’Italia al 7° posto, la spesa pubblica IT in rapporto al Pil, con una percentuale dello 0,16% fa precipitare il nostro paese al quindicesimo posto della classifica europea, con in testa lo 0,60% della Svezia, passando per lo 0,38% del Regno Unito, lo 0,23% della Francia, lo 0,20% della Germania.

Ma è il dato sulla spesa in rapporto alla popolazione, che comunque esprime il ritardo italiano. La nostra Pa, infatti, spende 51,3 euro in informatica per abitante, rispetto ai 147 euro spesi dall’amministrazione pubblica del Regno Unito per ogni suddito britannico, ai 96 euro dell’Olanda, agli 86 euro della Francia, 72 della Germania, 63 dell’Irlanda fino ai 56 euro spesi dalla Spagna. Ciò rappresenta con chiara evidenza la bassa intensità tecnologica dell’organizzazione pubblica italiana e dei suoi servizi, che diventa ancora maggiore se si considera quanto succede nei paesi nordici, con la Pa svedese che arriva a spendere in informatica 254 euro per ogni cittadino, seguita da Danimarca con 232 euro e Finlandia con 188 euro.

E per il prossimo futuro, se non interverranno nuovi fattori correttivi, le previsioni sono di un ulteriore arretramento. Da un’analisi sugli stanziamenti disposti dalla Legge Finanziaria di quest’anno, sui capitoli relativi all’informatica di servizio della Pubblica Amministrazione Centrale, risulta una netta diminuzione nel 2006 rispetto al 2005. Analizzando i dati si vede come tale riduzione complessiva si articola in modo differenziato, con le spese correnti che diminuiscono del 30,3% e le spese per investimenti che subiscono il decremento maggiore del 38,9%. I tagli di spesa, dunque, sono destinati a pesare in particolare sui nuovi investimenti, penalizzando in modo determinante il processo di modernizzazione della Pa. Inoltre lo spezzettamento e la duplicazione delle spese e il continuo ritardo che segna i tempi dei grandi progetti, non consentono di valorizzare né in termini di qualità di risultati, né in termini di sviluppo tecnologico l’impiego dei già scarsi fondi disponibili.

"Alle forze politiche e al Governo – ha concluso il presidente di AITech-Assinfom – chiediamo un segnale importante di volontà di rinnovamento attraverso la definizione di una chiara linea di condotta sulla presenza pubblica nell’economia dei servizi innovativi di mercato. E’ fondamentale, se si vuole imprimere slancio competitivo all’economia italiana, dare una soluzione efficace al problema della Governance dell’innovazione tecnologica, il cui impegno dovrà essere quello di creare le condizioni quadro per lo sviluppo e la concorrenza, disegnando con nettezza regole, ruoli, responsabilità delle amministrazioni pubbliche. In tale contesto potrà essere utile l’istituzione di un tavolo di confronto pubblico-privato, che lavori a livello pre-competitivo per promuovere, attraverso l’uso intensivo dell’IT, grandi progetti di modernizzazione in aree di rilevanza e criticità per il Paese, come la Pa, il turismo, la sicurezza, studiando il coinvolgimento di capitali privati e le soluzioni tecniche più opportune".

 

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