Famiglie a disagio in Italia, di M. Mira d’Ercole

In Europa, governi conservatori e progressisti hanno fatto proprio l’obiettivo di dare una risposta al disagio sociale delle famiglie. Non in Italia. Eppure, le disparità di reddito tra ricchi e poveri sono maggiori da noi che nella media dei paesi Ocse, le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate nel tempo e il rischio povertà è al 14 per cento per le famiglie con figli. Il costo dello status quo per la crescita economica futura potrebbe essere ben più salato di quello di riforme ambiziose, soprattutto se ben concepite.

In Francia, il parlamento discute in queste settimane la più importante riforma dei programmi a sostegno delle famiglie bisognose di questi ultimi anni. Il nuovo dispositivo, lo Rsa, Revenu de Solidarité Active, proposto dal governo conservatore di François Fillion, garantisce un sostegno finanziario a quelle famiglie i cui redditi da lavoro non bastano a evitare il rischio povertà e rimpiazza i diversi dispositivi esistenti , con lo scopo di fare uscire dalla povertà oltre 700mila persone. Nel Regno Unito, successivi governi laburisti hanno fatto della lotta alla povertà infantile una delle loro priorità: nel 1999 il governo Blair annunciava l’obiettivo di eliminare la povertà infantile nello spazio di una generazione, e da allora il numero di bambini poveri è diminuito di 600mila unità. Governi conservatori e progressisti, in altri termini, hanno fatto proprio l’obiettivo di dare una risposta al disagio sociale delle famiglie. In Italia, paradossalmete, il consenso sembra essere nell’evadere la questione: grandi discorsi, per entrambi gli schieramenti, quando all’opposizione, che poi si traducono in ben poca quando gli stessi schieramenti arrivano al governo.

IL RAPPORTO OCSE

E tuttavia un rapido confronto tra i risultati del "bel paese"e quelli degli altri paesi industriallizzati, sintetizzati in un rapporto dell’Ocse , dovrebbe bastare per convincere le forze politiche dell’importanza di misure all’altezza dei problemi. (1)
– Le disparità di reddito tra ricchi e poveri sono maggiori in Italia che nella media dei paesi Ocse: il reddito medio del decile più alto della distribuzione è 10 volte quello del decile più basso. Sono dei livelli più prossimi a quelli degli Stati Uniti che del Nord d’Europa.
– Le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate nel tempo. Se l’aumento più forte è quello intervenuto all’inizio degli anni Novanta, con la svalutazione della lira, la tendenza continua negli anni più recenti, anche se in misura più limitata e solo per alcuni indicatori.
– A perdere terreno non sono solo le famiglie in condizioni disagiate, ma anche le classi medie: il rapporto tra reddito mediano (quello della persona che sta esattamente nel mezzo della distribuzione) e reddito medio della popolazione si riduce in modo progressivo dal 1993.
– Oltre il 10 per cento della popolazione è a rischio povertà, in base a una soglia pari alla metà del reddito mediano (circa 14mila euro all’anno per una famiglia di 4 persone nel 2005).Il rischio povertà sale al 14 per cento per le famiglie con figli, e al 16 per cento per le persone con meno di 18 anni.

Tutti questi indicatori sono basati sul reddito disponibile delle famiglie, al netto di imposte e transferimenti, corretto per tenere conto delle differenze nei bisogni di famiglie con diverso numero di componenti. Ma il quadro è sostanzialmente simile quando si considerino altri indicatori, che vanno al di là del reddito corrente. Per esempio, circa un terzo delle famiglie italiane dichiarava di non potersi permettere una settimana di vacanza fuori casa all’anno, e una proporzione simile di avere difficoltà ad arrivare a fine mese: un indice composto di diverse privazioni materiali registra in Italia valori superiori a quelli degli altri paesi Ocse, e prossimi a quelli di alcuni paesi dell’Europa orientale. Più che altrove, la collocazione dei figli nella distribuzione dei salari è legata a qualla dei loro padri, a conferma che in Italia la famiglia di origine condiziona in modo preponderante le prospettive di ascesa sociale delle nuove generazioni.

Unico punto positivo, la ricchezza: una larga maggioranza della famiglie italiane è proprietaria della casa in cui vive, il che risulta in una ricchezza patrimoniale superiore, e in una minore diseguaglianza nella sua distibuzione, rispetto agli altri paesi con cui un confronto è possibile. Nell’insieme, il 10 per cento delle famiglie italiane più ricche detiene il 42 per cento della richezza reale e finanziaria delle famiglie, a fronte di una proporzione superiore al 70 per cento negli Stati Uniti. L’immagine fornita da questi indicatori è quella di un disagio diffuso e di diseguaglianze importanti. Il disagio è ancora più evidente quando si guardi alle percezioni soggettive: oltre la metà degli italiani interpellati concordano con l’affermazione che "tutti sono esposti al rischio povertà in un qualche momento della loro vita"e oltre un terzo pensa di affrontare tale rischio in prima persona.

LA CRESCITA NON BASTA

La risposta al disagio delle famiglie non può essere solo una crescita economica più forte. Certo, l’Italia è il fanalino di coda tra i paesi Ocse in termini di crescita del Pil negli ultimi tre anni, e la debole crescita pesa come un macigno sui bilanci familiari. Ma quando esaminata su un periodo di venti anni, la crescita del volume del reddito disponibile delle famiglie è pari alla metà di quella del Pil: una differenza enorme. E la crescita del reddito delle famiglie è ancora più risicata quando si consideri il forte aumento dei nuclei familiari: la crescita dei redditi familiari per unità di consumo è la metà di quelle dei redditi per abitante.

Le ragioni del malessere sociale delle famiglie sono note. Da un lato, un mercato del lavoro duale, in cui quasi il 10 per cento della popolazione (esclusi quanti vivono in nuclei con capofamiglia anziano) vive in famiglie in cui nessuno ha un impiego; e in cui anche un lavoro a tempo pieno spesso non basta a scongiurare il rischio povertà: il 16 per cento delle persone appartenenti a famiglie con una persona occupata sono a rischio povertà, un proporzione che resta elevata (all’8 per cento) quando quella persona lavora a tempo pieno. Dall’altro, un sistema di welfare fortemente squilibrato a favore delle pensioni di anzianità e vecchiaia, il cui valore è proporzionale ai salari percepiti durante la carriera lavorativa e quindi, per definizione, poco redistributivo.

I programmi a sostegno di famiglie in condizioni di bisogno, in particolare quelle con bambini, restano rudimentali: siamo, insieme alla Grecia, l’unico paese dell’area Ocse senza un programma su scala nazionale a sostegno delle famiglie in condizioni di bisogno.

In un mondo sempre più globalizzato, il tema del disagio economico delle famiglie acquista una valenza sempre più strategica. In assenza di risposte adeguate, il rischio è di una chiusura su sé stessi, di pressioni protezioniste, di ostilità sempre più evidenti nei confronti di immigrati e "diversi". Il costo dello status quo per la crescita economica futura rischia di essere ben più salato di quello di riforme, certo ambiziose, ma ben concepite.

Articolo di Marco Mira d’Ercole pubblicato su www.lavoce.info

* Marco Mira d’Ercole è economista presso l’Ocse.

 

(1) Si tratta del rapporto Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in Oecd Countries, presentato a Parigi il 21 ottobre 2008. I dati sul reddito disponibile delle famiglie italiane utilizzate nel rapporto sono quelli del modello di microsimulazione Mastrict dell’Istat, basato sui dati dell’inchiesta campionaria della Banca d’Italia sul reddito e la ricchezza delle famiglie e integrati con stime per assegni familiari e imposte pagate dalle famiglie

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