GIUSTIZIA. Bilancio 2010 Corte UE, 522 cause definite in tempi record

Nei giorni scorsi la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha presentato il bilancio dell’attività svolta nel 2010. La Corte ha un ruolo determinante nella costruzione dello spazio giuridico europeo sia con le sue sentenze che con l’interpretazione pregiudiziale attraverso la quale orienta il lavoro dei giudici nazionali quando questi sono chiamati ad applicare norme nazionali in applicazione del diritto comunitario. I "numeri" che emergono dal Rapporto forniscono un’Istituzione estremamente attiva: nel 2010 la Corte ha definito 522 cause. Tra queste, 370 cause si sono concluse con sentenza e 152 hanno dato luogo ad un’ordinanza. 631, invece, sono le nuove cause introdotte: il che rappresenta un aumento molto accentuato rispetto all’anno 2009 (562 cause) e costituisce il numero di cause introdotte più elevato nella storia della Corte. Lo stesso vale per le domande di pronuncia pregiudiziale. Il numero di cause pregiudiziali introdotte quest’anno è per il secondo anno consecutivo il più elevato mai raggiunto, con un aumento rispetto al 2009 del 27,4% (385 cause nel 2010 rispetto a 302 cause nel 2009). Per chiarezza di informazione, si ricorda che il rinvio pregiudiziale è utile affinchè i tribunali di Stati membri diversi non diano un’interpretazione non uniforme della normativa dell’UE. In altri termini, in caso di dubbi sull’interpretazione o sulla validità di una norma comunitaria, un tribunale nazionale può, e in taluni casi deve, rivolgersi alla Corte per un parere. Tale parere viene emesso sotto forma di "pronuncia pregiudiziale".

Il dato che in assoluto impressiona (positivamente) di più è quello circa la durata dei procedimenti. Mentre nel nostro Paese si discute di "processo breve e simili", in Europa fanno i fatti: per quanto attiene ai rinvii pregiudiziali, questa durata è di 16,1 mesi. Quanto ai ricorsi diretti e alle impugnazioni, la durata media della trattazione è stata rispettivamente di 16,7 mesi e di 14,3 mesi (contro 17,1 mesi e 15,4 mesi nel 2009).

Il Rapporto contiene anche i principali sviluppi giurisprudenziali classificati per materia. Rimandando al documento integrale per una visione più generale, ci soffermiamo in questa sede sugli sviluppi in materia di pratiche commerciali scorrette.

In materia di pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori, la direttiva 2005/29/CE è stata interpretata quest’anno in due occasioni. Nella prima causa, Mediaprint Zeitungs- und Zeitschriftenverlag (sentenza 9 novembre 2010, causa C-540/08), la Corte ha dichiarato che la suddetta direttiva dev’essere interpretata nel senso che osta ad una disposizione nazionale che preveda un divieto generale di vendite accompagnate da premi e che non solo miri a tutelare i consumatori, ma persegua parimenti altri obiettivi. Nella seconda causa, Plus Warenhandelsgesellschaft (sentenza 14 gennaio 2010, causa C-304/08), la Corte ha dichiarato che la medesima direttiva osta altresì ad una normativa nazionale che prevede un divieto in via di principio delle pratiche commerciali che subordinano la partecipazione dei consumatori ad un concorso o gioco a premi all’acquisto di una merce o di un servizio, a prescindere dalle circostanze della singola fattispecie.

Quest’anno la Corte è inoltre stata indotta, in due occasioni, ad interpretare la direttiva 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori: nella prima causa (C-484/04) ha rammentato che il sistema di tutela istituito da tale direttiva è fondato sull’idea che il consumatore si trovi in una situazione di inferiorità rispetto al professionista per quanto riguarda sia il potere nelle trattative sia il grado di informazione, situazione che lo induce ad aderire alle condizioni predisposte dal professionista, senza poter incidere sul contenuto delle stesse. Tale direttiva ha effettuato solo un’armonizzazione parziale e minima delle legislazioni nazionali relativamente alle clausole abusive, riconoscendo al contempo agli Stati membri la possibilità di garantire un livello di protezione per i consumatori più elevato di quello previsto dalla direttiva stessa. Nella seconda (causa C-137/08), invece, la Corte ha ricordato che il carattere abusivo di una clausola contrattuale dev’essere valutato tenendo conto della natura dei beni o servizi oggetto del contratto e facendo riferimento, al momento della conclusione del contratto, a tutte le circostanze che accompagnano detta conclusione, compreso il fatto che una clausola contenuta in un contratto concluso tra un consumatore e un professionista, che attribuisce la competenza esclusiva al tribunale nella cui circoscrizione è ubicata la sede del professionista, è stata inserita senza essere stata oggetto di un negoziato individuale.

In riferimento, alla tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, nella causa E. Friz (sentenza 15 aprile 2010, causa C-215/08) la Corte ha dichiarato che la direttiva 85/577/CEE 25 si applica ad un contratto concluso tra un commerciante e un consumatore a seguito di una vendita non richiesta al domicilio di quest’ultimo avente ad oggetto la sua adesione ad un fondo immobiliare chiuso costituito in forma di società di persone, qualora lo scopo di una tale adesione non sia in via prioritaria quello di divenire membro della società, bensì quello di investire capitali. La Corte ha precisato che l’art. 5, n. 2, della direttiva 85/577 non osta, conseguentemente, ad una norma nazionale in forza della quale, in caso di revoca dell’adesione a siffatto fondo immobiliare, effettuata a seguito di una vendita a domicilio non richiesta, il consumatore può invocare nei confronti di tale società, sul saldo di liquidazione, un diritto calcolato in funzione del valore della sua partecipazione al momento del suo recesso da tale fondo e, pertanto, può ottenere eventualmente la restituzione di un importo inferiore al suo conferimento ovvero può essere tenuto a partecipare alle perdite del detto fondo. Infatti, sebbene sia certo che detta direttiva è volta a tutelare i consumatori, ciò non implica che tale tutela sia assoluta. Risulta sia dalla struttura generale sia dal tenore letterale di varie disposizioni di tale direttiva che la detta tutela è soggetta a taluni limiti.

di Valentina Corvino

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