GIUSTIZIA. Class action nella PA: poco efficace e complicata

Disservizi e criticità nella Pubblica Amministrazione? Dal primo gennaio è prevista la "class action". Funzionerà? I dubbi sono forti per motivi semplici: la normativa non prevede alcun risarcimento economico per gli utenti vittime del disservizio e sottolinea ripetutamente che dal provvedimento non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Conclusione: la normativa è scarsamente efficace e rischia di creare attese che verranno disilluse. Afferma Paolo Landi, segretario generale Adiconsum: "È improprio averla chiamata class action, poiché non prevede alcun risarcimento, tuttavia Adiconsum è impegnata per la sua diffusione e per attivare un confronto sui disservizi nella PA". La leva sulla quale si può agire non sembra passare insomma dalla norma in sé, quanto soprattutto dalla possibilità che si avvii un dialogo e un confronto fra cittadini e Pubblica Amministrazione. Sono questi i temi dibattuti, insieme ai diversi aspetti legislativi della normativa, durante il convegno "Class action contro la PA e gestori dei servizi pubblici. Quale efficacia per migliorare la qualità del servizio?", organizzato oggi da Adiconsum a Roma presso il Cnel.

Obiettivi della class action nella PA e scarsa efficacia. Su questi temi si sofferma Paolo Landi, che spiega: "Gli obiettivi sono molto condivisibili, perché è uno strumento per cercare di rimuovere le criticità e i disservizi nella Pubblica Amministrazione. Questo naturalmente è utilissimo, noi ci siamo battuti per un’azione collettiva anche nel nostro paese. Perché l’ho definita scarsamente efficace? Perché non prevede in primo luogo alcuna forma di risarcimento, e questo è già un primo limite. È un modo improprio, chiamare questa normativa ‘class action’. Ma forse i limiti più rilevanti sono in altri aspetti. Una è quella parte della normativa che dice, sostanzialmente, che le azioni che possono essere promosse dalle azioni collettive non devono comportare alcun costo aggiuntivo per la Pubblica Amministrazione. Noi sappiamo – continua Landi – che ogni volta che abbiamo posto un problema di disservizio e di maggiore efficienza, le risposte sono state: ‘non abbiamo risorse, non abbiamo personale, non abbiamo tecnologie’. E con questo viene giustificato spesso e volentieri il disservizio. Nella legge viene previsto esplicitamente che questa può essere una ragione per non adempiere alle iniziative promosse dall’azione collettiva. Un secondo limite evidente è che per chiamare un giudice a giudicare se un disservizio è o non è tale, occorre fare riferimento a degli standard. Purtroppo nella Pubblica Amministrazione gli standard di qualità o non ci sono, o se ci sono, sono quelli previsti dalle Carte di Servizio, cioè fissati dalla stessa amministrazione in termini molto general-generici, quindi privi di efficacia. Alcuni standard ci sono laddove abbiamo le Autorithy, ma in quel caso si ricorre alle Authority stesse. Non dobbiamo dimenticare infine che è un ricorso costoso. I cittadini che hanno subito un disservizio per la notifica non hanno problemi, ma ricorrere al giudice significa andare incontro a costi non sempre compatibili con il bilancio delle persone che subiscono il disservizio".

E se appunto il disservizio esiste ma la PA risponde al giudice che non ha i soldi per intervenire? "Si può ricorrere a un Commissario per far adempiere l’ottemperanza del giudice ma diventa una cosa molto burocratica – spiega Landi – Quello che noi auspichiamo è che da questa normativa si apra un confronto fra cittadini e Pubblica Amministrazione. Un confronto, se ben gestito, qualche risultato lo porta. Speriamo soprattutto sul fatto che possa aprire un rapporto nuovo con cittadini e utenti e affrontare i problemi. Ma chiaramente questa normativa lascia il tempo che trova".
I limiti della normativa sono dunque presto sintetizzati: i promotori devono essere le persone coinvolte nel disservizio; non sono previsti risarcimenti economici; dall’attuazione del provvedimento non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il che significa, in pratica, che "è sufficiente che la PA dimostri che non ha personale sufficiente, non ha le professionalità adeguate, non ha le attrezzature necessarie, per azzerare l’efficacia della normativa". Gli strumenti a disposizione sono la diffida, il ricorso al giudice e la nomina di un Commissario nel caso in cui la PA non abbia attuato l’ordine del giudice.

Ma il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? A introdurre il convegno è il presidente del Cnel Antonio Marzano, che sottolinea come il cittadino non possa scegliersi la PA a seconda della sua efficienza e come ci siano, almeno allo stato attuale, tre possibilità di intervento: una è quella prevista dai promotori del federalismo, che sottolineano il grado di conoscenza della PA da parte dei cittadini; l’altra possibilità è la meritocrazia; la terza riguarda la class action. Commenta Marzano su quest’ultima: "Credo sia stata un passo avanti. Ho però difficoltà a prevedere che il cittadino avvii una procedura di questo tipo perché non c’è il risarcimento del danno". E cita una precedente ricerca del Cnel, nella quale si sottolineava come il cittadino di fatto non si mobiliti se il danno subito è inferiore ai mille euro.

Pareri contrastanti quelli espressi rispettivamente da Claudio Zucchelli, Capo del Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio, e Cristiano Iurilli, responsabile del Centro giuridico Adiconsum. Zucchelli ha esordito sottolineando che "il paragone con i paesi anglosassoni non è assolutamente possibile". Ha sottolineato come la PA sia chiamata a scegliere con risorse che non sono infinite. E ha evidenziato la differenza con la situazione di libero mercato: con l’azione collettiva pubblica, "il cittadino imputa alla PA una erogazione non sufficiente dei servizi in relazione a standard predeterminati. I servizi della PA non sono erogati in regime di mercato. Nell’erogazione del servizio pubblico è predeterminato o il prezzo del servizio o il livello di erogazione del servizio. Non siamo in libero mercato, in cui il soggetto può variare la propria prestazione in relazione al mercato. Ecco perché l’azione collettiva pubblica non ha e non avrà mai un’azione di risarcimento del danno, perché non c’è danno in senso giuridico o tecnico". L’azione collettiva pubblica vede però il primo ingresso nella PA della valutazione di un giudice, vincolata da un parametro fondato sulla ristrettezza delle risorse. Per Zucchelli, il bicchiere è mezzo pieno: "Direi che è un’occasione guadagnata".

Diverso il parere espresso da Iurilli: "Se dovessi mettere a confronto le tante class action che esistono in Italia parlerei di insalate miste. Parlerei di fallimento sistematico dell’ordinamento legislativo italiano". Il responsabile del centro giuridico Adiconsum ripercorre le diverse forme di azioni collettive presenti nell’ordinamento italiano, per poi evidenziare che "diritto soggettivo e risarcimento del danno non si sono voluti inserire nella class action. Perché allora chiamarla class action?". E ribadisce: "Nella class action statunitense vige il regime dell’opt out e non dell’opt in come in Italia. Servirebbe omogeneizzare le azioni collettive esistenti nel nostro ordinamento". Per Iurilli, inoltre, esistono nell’attuale class action verso la PA una serie di problemi giuridici che attengono ai diritti tutelati, formulati come "diritti individuali omogenei", alla qualificazione degli atti (che devono essere "atti amministrativi generali obbligatori non normativi da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento") e all’esclusione delle Autorità indipendenti. "Si dice inoltre che la lesione dell’interesse deve essere ‘diretta, concreta e attuale’ – afferma ancora Iurilli – Quindi dopo la diffida, bisognerà controllare che la lesione ci sia ancora, che sia diretta e che sia attuale". Bicchiere mezzo vuoto, insomma, e pieno di problemi.

Al convegno è intervenuto anche Antonio Martone, presidente della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche. Che vede il lato positivo dell’azione collettiva: "È vero che non prevede il risarcimento del danno, ma non è altro che una forma di controllo da parte dei cittadini organizzati per far sì che intervenga il giudice a valutare la conformità a standard qualitativi ed economici. È una forma di controllo sociale che deve essere esercitato se si vuole che la situazione cambi".

 

di Sabrina Bergamini

 

La riproduzione di questo contenuto è autorizzata esclusivamente includendo il link di riferimento alla fonte Help Consumatori.

Comments are closed.