GIUSTIZIA. Corte Costituzionale: “Potere grazia spetta al Presidente della Repubblica”

La Corte Costizionale, chiamata ed esprimersi sul conflitto di poteri dopo il rifiuto del Ministro di Giustizia (novembre 2004) di concedere il provvedimento di clemenza ad Ovidio Bompressi, con la sentenza n. 200 del 18 maggio 2006 ha affermato la competenza esclusiva del potere di grazia nelle mani del capo dello Stato.

La Consulta ha infatti ritenuto fondato il ricorso presentato dal Presidente della Repubblica, sulla base di motivazioni non solo giuridiche ma anche storiche. Per ciò che concerne gli aspetti legislativi, la Corte ha affermato che la funzione della grazia è quella di attuare i valori costituzionali, consacrati nel terzo comma dell’art. 27 Cost., garantendo soprattutto il «senso di umanità», cui devono ispirarsi tutte le pene, e ciò anche nella prospettiva di assicurare il pieno rispetto del principio sancito dall’art. 2 Cost., considerando anche la peculiarità rieducativa della pena.

"In particolare – ha osservato la Corte – una volta recuperato l’atto di clemenza alla sua funzione di mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie, risulta evidente la necessità di riconoscere nell’esercizio di tale potere – conformemente anche alla lettera dell’art. 87, undicesimo comma, Cost. – una potestà decisionale del Capo dello Stato, quale organo super partes, «rappresentante dell’unità nazionale», estraneo a quello che viene definito il "circuito" dell’indirizzo politico-governativo, e che in modo imparziale è chiamato ad apprezzare la sussistenza in concreto dei presupposti umanitari che giustificano l’adozione del provvedimento di clemenza".

Da punto di vista storico "prerogativa personale dei sovrani assoluti – ha ricordato la Corte – la concessione della grazia ha sostanzialmente mantenuto tale carattere anche dopo l’avvento della Monarchia costituzionale, essendo quello di dispensare dalle pene il segno massimo del potere, che attribuiva particolare autorità e prestigio alla figura del Monarca". Tali funzioni, con l’istaurazione della Repubblica, sono state infatti espressamente attribuite al Capo dello Stato. L’art. 87, undicesimo comma, della Costituzione, dettando una disposizione sostanzialmente identica all’art. 8 dello Statuto albertino, ha infatti stabilito che il Presidente della Repubblica «può concedere grazia e commutare le pene».

Nella motivazione, la Corte Costituzionale ha portato una serie di argomentazioni procedurali e sostanziali, che attribuiscono in via esclusiva al Presidente della Repubblica il potere di concedere la grazia, mentre il Ministro di Giustizia avrebbe compiti di istruttoria e di formulazione di relative proposte. Secondo la Corte infatti, dinnanzi alla determinazione presidenziale favorevole alla adozione dell’atto di clemenza, la controfirma del decreto concessorio, da parte del Guardasigilli, costituisce l’atto con il quale il Ministro si limita ad attestare la completezza e la regolarità dell’istruttoria e del procedimento seguito.

Sul caso Bompressi – ha affermato la Corte – "deve concludersi per l’accoglimento del ricorso proposto dal Presidente della Repubblica". Pertanto la Corte Costituzionale con sentenza n. 200 del 18 maggio 2006 (Pres. Marini, Red. Quaranta) ha dichiarato che non spettava al Ministro della Giustizia di impedire la prosecuzione del procedimento mirato all’adozione della determinazione del Presidente della Repubblica relativa alla concessione della grazia ad Ovidio Bompressi, disponendo pertanto l’annullamento della impugnata nota ministeriale del 24 novembre 2004.

"L’esercizio del potere di grazia – ha dichiarato la Consulta – risponde a finalità essenzialmente umanitarie, da apprezzare in rapporto ad una serie di circostanze (non sempre astrattamente tipizzabili), inerenti alla persona del condannato o comunque involgenti apprezzamenti di carattere equitativo, idonee a giustificare l’adozione di un atto di clemenza individuale, il quale incide pur sempre sull’esecuzione di una pena validamente e definitivamente inflitta da un organo imparziale, il giudice, con le garanzie formali e sostanziali offerte dall’ordinamento del processo penale".

 

 

 

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