GIUSTIZIA. Corte Ue: no al licenziamento di lavoratrice per fecondazione in vitro

Un licenziamento fondato essenzialmente sul fatto che una lavoratrice si sottoponga a fecondazione in vitro è contrario al principio di parità di trattamento fra uomini e donne. Lo afferma la Corte di Giustizia europea esaminando il caso di una donna che lavorava come cameriera a Salisburgo e che venne licenziata dall’azienda mentre si stava sottoponendo a un trattamento di fecondazione in vitro.

L’8 marzo 2005 alla donna veniva praticato un prelievo follicolare nell’ambito di un tentativo di fecondazione in vitro e il medico curante le prescriveva un congedo per malattia dall’8 al 13 marzo 2005. Il 10 marzo l’azienda comunicava il licenziamento. Lo stesso giorno la lavoratrice aveva comunicato all’azienda che per il 13 marzo era stata programmato il trasferimento nel suo utero degli ovuli fecondati, trattamento che in effetti avvenne tre giorni dopo che la donna era stata informata del licenziamento. La lavoratrice aveva dunque chiesto il pagamento dello stipendio e della quota corrispondente della sua retribuzione annuale affermando che, successivamente alla fecondazione in vitro dei suoi ovuli, trovava applicazione nei suoi confronti la tutela contro il licenziamento prevista dalla legislazione austriaca.

La Corte di Giustizia ha dichiarato che "nel rispetto del principio della certezza del diritto, la tutela contro il licenziamento istituita dalla direttiva relativa alla sicurezza e alla salute delle lavoratrici gestanti non può essere estesa al caso in cui, alla data della comunicazione del licenziamento, il trasferimento degli ovuli fecondati in vitro nell’utero della lavoratrice non sia ancora avvenuto. Infatti – rileva la Corte – se una siffatta ipotesi fosse ammessa, il beneficio della tutela potrebbe essere concesso anche qualora il trasferimento degli ovuli fecondati nell’utero, per un qualsivoglia motivo, sia rimandato per diversi anni o addirittura si sia definitivamente rinunciato a tale trasferimento".

Ma la lavoratrice può far valere la tutela contro la discriminazione sessuale: "Tuttavia – prosegue infatti la Corte – una lavoratrice che si sottoponga ad un trattamento di fecondazione in vitro può far valere la tutela contro la discriminazione fondata sul sesso riconosciuta dalla direttiva relativa alla parità di trattamento fra gli uomini e le donne". Gli interventi di fecondazione in vitro, rileva la Corte, riguardano infatti solo le donne e dunque il licenziamento di una lavoratrice fondato essenzialmente sul trattamento costituisce "una discriminazione diretta fondata sul sesso". La Corte di Cassazione austriaca dovrà ora verificare se il licenziamento della donna sia basata essenzialmente sul fatto che si era sottoposta alla fecondazione in vitro.

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