GIUSTIZIA. Corte Ue: vietate le discriminazioni sul lavoro contro chi ha un figlio disabile

Sul posto di lavoro non è ammessa alcuna discriminazione di trattamento né per le persone disabili né per i familiari che prestano cure a portatori di handicap. Lo ha deciso oggi la Corte di Giustizia Ue, con una sentenza che interpreta la direttiva comunitaria sul principio di parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, in questo modo: l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sulla disabilità non si applica soltanto alla ristretta categoria dei disabili, ma a tutti i lavoratori con figli disabili, che provano di aver subito trattamenti discriminatori a causa di questo.

L’intervento della Corte Ue arriva in seguito al caso della signora Coleman, che lavorava come segretaria in uno studio legale a Londra e che, in seguito alla nascita di un figlio disabile, ha dovuto rassegnare le sue dimissioni. La signora Coleman ha però presentato un ricorso dinanzi al Tribunale di Londra, in cui sosteneva di essere stata vittima di un licenziamento implicito e di un trattamento meno favorevole rispetto a quello riservato agli altri lavoratori in ragione del fatto di avere un figlio disabile principalmente a suo carico.

Una prova concreta del comportamento discriminatorio da parte del suo datore di lavoro è stato il fatto che quest’ultimo non ha voluto reintegrarla, al ritorno dal congedo per maternità, nel posto di lavoro da lei occupato, non concedendole neanche un orario flessibile. Inoltre lo stesso datore di lavoro si è lasciato spesso sfuggire commenti sconvenienti e ingiuriosi nei confronti della donna e di suo figlio. La Corte ha incluso nella direttiva antidiscriminazione sul posto di lavoro anche le molestie, accertato che il comportamento indesiderato sia connesso alla disabilità di un figlio

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