GIUSTIZIA. Mediazione obbligatoria, le 7 incostituzionalità secondo gli avvocati

Gli strenui oppositori della mediazione obbligatoria, che è partita ieri, sono gli avvocati, che hanno organizzato manifestazioni di protesta e sono in sciopero da una settimana. Oggi l’Organismo Unitario dell’Avvocatura italiana torna a ribadire la sua contrarietà verso il decreto sulla media conciliazione obbligatoria e riassume le 7 questioni di incostituzionalità del decreto 28/10.

Al primo posto c’è la violazione degli articoli 76 e 77 della Costituzione per contrasto tra la legge delega (69/09) e il decreto legislativo. La prima aveva stabilito che la mediazione doveva darsi "senza precludere l’accesso alla giustizia", e – scrive l’OUA – essa, evidentemente, non faceva riferimento alla possibilità della parte di adire il giudice dopo la mediazione, cosa scontata e ovvia, ma faceva riferimento alla necessità che la mediazione non condizionasse il diritto di azione, e quindi non fosse costruita come condizione di procedibilità".

Il contrasto tra legge delega e decreto legislativo c’è anche per quanto riguarda gli "organismi di mediazione". Nel decreto legge non c’è traccia di alcun criterio o parametro volto a selezionare gli organismi deputati alla mediazione in base a criteri di professionalità ed indipendenza.

Poiché la mediazione obbligatoria ha un costo, si viola l’articolo 24 della Costituzione. Secondo gli Avvocati, infatti, la mediazione può essere o obbligatoria oppure onerosa, ma non le due cose insieme, altrimenti è incostituzionale.

Altra incostituzionalità: secondo la legge delega il rifiuto della proposta formulata dal mediatore, e poi ritenuta equa dal giudice, poteva influire sul governo delle spese, ma non sull’esito della lite. Il Decreto ha, invece, introdotto la previsione secondo cui dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio. Questo costituisce una violazione del diritto di difesa.

Un forte contrasto tra legge delega e decreto si ha anche per ciò che riguarda i riflessi del diniego all’accoglimento della proposta del mediatore, sull’iter del successivo giudizio e sulla disciplina delle spese di lite. Il fatto che alla parte vincitrice del giudizio che non abbia accettato una proposta conciliativa che sia venuta a coincidere con il contenuto della decisione giudiziaria, debbano essere accollate le spese di lite proprie e della controparte, oltre al pagamento di un importo pari al contributo unificato e alle spese di mediazione, costituisce infatti un evidente deterrente "forzato" dal ricorrere alla tutela giudiziaria ed accettare l’esito della mediazione. Ciò in quanto di fronte alla proposta del mediatore, la parte quasi sicuramente preferirà non rischiare, finendo per accettare ob torto collo la soluzione stragiudiziale segnalatagli, anche se non ne è convinta appieno ed anche se può ritenerla ingiusta, piuttosto che ricorrere alla tutela giudiziaria che avrebbe potuto offrirgli un risulta¬to anche migliore. Da ciò deriva che l’attuazione della mediazione può precludere il ricorso alla tutela giudiziaria.

Infine, secondo l’OUA, la mediaconciliazione rompe il trattamento paritario nel processo tra attore e convenuto. L’ultimo punto di incostituzionalità sollevato dagli avvocati riguarda l’organizzazione interna degli organismi di conciliazione: il decreto utilizza espressione elastiche, e fissa blandi criteri di professionalità dei mediatori, senza prescrivere come doverose le condizioni minime di trasparenza, eguaglianza e imparzialità dovute all’esercizio di una funzione pubblica.

 

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