GIUSTIZIA. Rapporto Censis: avvocati e magistrati risentono delle dinamiche locali

La giustizia è influenzata dal territorio, o meglio le caratteristiche socioeconomiche locali determinano la qualità del sistema giudiziario, muovendone gli attori. Lo ha evidenziato una ricerca realizzata dal Censis e promossa dal Consiglio Nazionale Forense, dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana e dall’Associazione Italiana Giovani Avvocati, presentata oggi a Roma. Il rapporto ha preso in esame 5 aree campione considerando i problemi della giustizia e le proposte di miglioramento espresse dai soggetti attivi sul territorio.

Il dato più significativo è il fatto che la diffusione della cultura della legalità e di un modello di giustizia equo ed efficiente dipende principalmente dallo stimolo che arriva alle singole realtà territoriali, cioè da quanto è incisivo "l’approccio dal basso". La domanda sociale è cambiata e i diritti hanno subito una forte frammentazione che ricade sulla giustizia: a nuovi bisogni corrispondono nuove rivendicazioni e si è passati dalle questioni su valori generali, di origine costituzionale, a questioni di valenze specifiche, collegate alle condizioni di vita individuali.

In particolare è l’avvocatura ad essere sollecitata dai mutamenti del mercato professionale e dall’andamento delle economie locali. Si è determinata una polarizzazione nella domanda: i singoli individui per consulenze di tipo seriale si rivolgono ai giovani avvocati, mentre la domanda qualificata delle imprese o delle organizzazioni complesse si incanala verso studi professionali specializzati, diffusi soprattutto nelle aree economiche più sviluppate. Così gli avvocati sono costretti a privilegiare un approccio multidisciplinare, per poter destreggiarsi con tutte le materie legali, trascurando la possibilità di specializzarsi.

Per quanto riguarda la magistratura, i numeri parlano da soli: i magistrati ordinari, in servizio, sono poco più di 9 mila e operano con una carenza di organico pari all’11,8%. Alla magistratura ordinaria si affianca quella onoraria (8.351 giudici); gli organici del personale giudiziario, circa 50mila persone bloccate dal regime di assunzioni vigente nel pubblico impiego, sono sottodimensionati del 6,5% effettivo, ossia al netto dei distacchi da altre amministrazioni. Ci sono, inoltre, problemi di squilibrio della distribuzione interna, con uffici in sopranumero e altri con carenze di personale che arrivano al 20%.

L’apparato tecnologico è inadeguato come anche l’infrastruttura degli uffici giudiziari e non c’è una strategia di gestione e di valutazione del personale. Ci sono difficoltà di applicare gli istituti di legge relativi alla valutazione delle professionalità dei magistrati, che rappresenterebbe il necessario complemento di una scelta gestionale orientata di più al criterio dell’efficienza, per contrastare questa situazione di non-governo.

"Occorre infondere nel sistema giudiziario la cultura dell’efficienza attraverso lo sviluppo di una logica della qualità dell’intera filiera giudiziaria", ha osservato Giuseppe De Rita, presidente del Censis. La giustizia dovrebbe essere pensata come "un sistema aperto, in cui intervengono i fattori strutturali (tecnologia, professionalità degli amministrativi), i fattori professionali (giudici e avvocati) e i fattori di supporto (polizia giudiziaria, consulenti tecnici)". I magistrati dovrebbero essere più orientati al servizio pubblico e gli avvocati dovrebbero dotarsi di una logica di monitoraggio del proprio mercato sul piano locale per sostenere il processo di miglioramento delle competenze.

"La sfida della professionalità – ha ricordato il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa – è ben presente al Cnf, che ha investito gran parte della sua attività delle due ultime consiliature per promuovere la formazione professionale degli avvocati, adottando il regolamento per la formazione continua e organizzando seminari di studio dedicati non solo alle novità legislative e giurisprudenziali, ma anche all’affinamento dei rimedi per la tutela degli interessi dei clienti, per l’affermazione dei diritti fondamentali e per l’abbreviazione dei tempi del processo".

Sulla specializzazione il discorso diventa più prudente, perché "un conto è la formazione di base, che deve essere completa, altro i settori di maggior impegno professionale per ciascun avvocato, altro ancora il conseguimento di un titolo specialistico a seguito di corsi ad hoc". "La Fondazione dell’avvocatura – ha concluso ill coordinatore Ugo Operamolla – proseguirà tutte le iniziative avviate di concerto con il Cnf dirette ad approfondire i temi inerenti al migliore e più corretto esercizio professionale, sia con riferimento al mercato interno che agli strumenti di cooperazione giudiziaria in ambito europeo".

 

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