GIUSTIZIA. Sentenza Parmalat: Tanzi animato da deliri di onnipotenza

I giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano hanno depositato ieri le motivazioni della sentenza a carico di Calisto Tanzi, l’ex patron di Parmalat condannato a 10 anni di reclusione per le accuse di aggiotaggio, falso dei revisori e false comunicazioni agli organismi di vigilanza.

Nelle motivazioni della sentenza viene più volte sottolineato come Tanzi, "nelle sue sciagurate azioni che hanno coinvolto migliaia di piccoli risparmiatori su cui ha scaricato tutti i rischi delle sue sconsiderate iniziative imprenditoriali", sia stato spinto "da un vero e proprio delirio di onnipotenza" più che dall’intento di "tenere in vita" la sua Parmalat.

L’intento dell’ex patron di Parmalat, secondo il Tribunale di Milano, "non è certo stato di risanare l’azienda che fin dalla quotazione in Borsa, versava già in gravissime condizioni finanziarie, bensì quello di arricchirsi e farsi vanto del titolo di imprenditore modello ai danni di terzi. Tanzi ha avuto esclusiva cura dei propri interessi, dimostrando una marcata insensibilità per i soggetti travolti dalle sue azioni sconsiderate e una spregiudicatezza davvero fuori dall’ordinario".

Nel corso del processo condotto a Milano sul crac dell’azienda parmigiana, Tanzi "ha ribadito più colte che la responsabilità principale di quanto accaduto doveva essere imputata esclusivamente ai banchieri e agli operatori finanziari, che avrebbero approfittato della sua ingenuità e buona fede fin dalla quotazione in Borsa della Parfin nel 1990".

Ma al di là di ogni volontà autoassolutoria, i giudici che hanno condannato l’ex patron di Collecchio a 10 anni di reclusione, demoliscono invece l’immagine di un Tanzi agnellino vittima di banchieri spregiudicati.

Quindi, pur non potendo escludere che alcuni istituti di credito possono aver lucrato illecitamente dal rapporto con il gruppo Parmalat, appare altrettanto evidente, secondo i giudici, che senza la volontà di Tanzi, il disastro finanziario costato lacrime e sangue a migliaia di risparmiatori non sarebbe mai potuto accadere, "mentre i vantaggi economici sono invece in ogni caso riferibili esclusivamente all’ex patron, che ne ha tratto inoltre per anni prestigio sociale".

Infine, è impossibile secondo il Tribunale penale stabilire i danni subiti dai 42mila risparmiatori che nel maxi processo si erano costituiti parte civile: secondo i giudici infatti, non è un processo per aggiotaggio la sede giusta per stabilire i danni causati ai risparmiatori.

"Di fronte ad oltre 42mila posizioni da approfondire, i tempi avrebbero assunto dimensioni intollerabili, in palese violazione dell’articolo 111 della Costituzione. E con la sicura prescrizione di tutti i reati", hanno concluso i giudici ritenendo che sarebbe difficile valutare caso per caso evitando "insostenibili generalizzazioni in nome di una generica tutela del risparmiatore, il nesso tra la condotta di Parmalat e il danno provocato al singolo risparmiatore".

 

 

 

 

 

 

 

 

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