Giustizia on-line, Cnr: “Tanti i ritardi”

A cinque anni dal regolamento per l’informatizzazione dei processi civili (D.P.R. 13 febbraio 2001 n. 123 ), la rivoluzione dell’e-justice è ancora lontana. Lo comunica il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna, il cui Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) ha svolto un’indagine per capire a che punto sono le amministrazioni giudiziarie, dell’Italia e di altre nazioni, nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

Secondo la ricerca, gli uffici giudiziari italiani rischiano di collassare sotto il peso di 9 milioni di processi pendenti e di 2 milioni e mezzo di reati denunciati ogni anno. Una macchina farraginosa, considerata lenta e costosa dal 90% degli italiani, che potrebbe avvantaggiarsi dei sistemi informatici, come previsto da decreti e linee guida, garantendo maggior efficienza, trasparenza e qualità al nostro sistema giustizia.

Il prof. Giuseppe Di Federico, direttore dell’Irsig-Cnr, pur considerando buona la realizzazione delle infrastrutture di base dal punto di vista tecnologico del Ministero di Giustizia, definisce "poco soddifacenti" i risultati dell’e-justice, ovvero l’utilizzo delle reti informatiche per scambiare dati e documenti giudiziari. "Un significativo numero di iniziative avviate – spiega Di Federico – non sono state portate a termine, per motivi diversi. La successiva riduzione degli stanziamenti causata dalla contrazione della spesa pubblica, ha poi provocato la paralisi del ministero, intrappolato in progetti eccessivamente complessi che non riescono ad abbandonare la fase sperimentale per gli alti costi di sviluppo e implementazione".

"Fra gli applicativi funzionanti, ma che necessiterebbero di radicali aggiornamenti – prosegue Davide Carnevali dell’Irsig-Cnr – vi è il Re.Ge (Registro Generale) per la gestione dei procedimenti penali, installato in tutti i 165 tribunali, nelle relative procure della Repubblica e nelle 26 corti di appello. Però, nei rari casi in cui si è cercato di migliorare l’applicativo a livello locale, abbozzando utili integrazioni con i programmi di videoscrittura per la creazione automatica dei provvedimenti, la Direzione generale Sistemi informativi automatizzati del ministero ha generalmente disincentivato tali iniziative, nel timore di assistere ad un utilizzo del software diverso da ufficio a ufficio senza offrire valide alternative".

"Carenze consistenti emergono sul fronte dei servizi di interoperabilità – aggiunge Francesco Contini – La posta elettronica è diffusa, ma non essendo considerata mezzo ufficiale di comunicazione spesso è ancora limitata a preannunciare documenti inviati poi via fax o per posta. Il protocollo informatico, invece, è stato attivato ma solo come registro e perciò non consente l’archiviazione e lo scambio di documenti". Il processo civile telematico sembra generare le aspettative più elevate.

All’estero i casi di successo mostrano invece come un approccio più pragmatico sia in grado di favorire l’evoluzione dei servizi elettronici. Money Claim On-Line, sviluppato in Inghilterra e Galles a partire da un data base preesistente, permette ad esempio al cittadino di ottenere un decreto ingiuntivo on line. "L’approccio italiano ha finito per proiettare il nostro paese in un tunnel di progetti costosi, difficili da sviluppare e da adottare, e di un apparato normativo sovradimensionato – conclude il prof. Di Federico – Se il Ministero della Giustizia nei prossimi anni non sarà capace di semplificare sistemi informativi e regole di accesso ai servizi, focalizzando gli sforzi in base a priorità reali, l’e-justice in Italia difficilmente farà passi in avanti. I ritardi vengono sempre imputati alla mancanza delle risorse, senza spiegare perché i passati finanziamenti abbiano prodotto risultati tanto modesti. Senza variazioni nelle strategie, ulteriori risorse aumenteranno solo la sproporzione tra costi e benefici".

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