I laureati in Italia: per loro c’è lavoro, ma precario

Qual è il destino lavorativo dei laureati? Soprattutto in un momento di pesante crisi, quale è quello che stiamo vivendo, cosa devono aspettarsi i ragazzi che escono dall’università? Ce lo dice l’IX Rapporto Almalaurea, presentato oggi a Roma, presso la sede della Crui, Conferenza dei rettori delle università italiane.

Il Rapporto 2009 sulla condizione occupazionale ha coinvolto quasi 300mila laureati di 47 università italiane, a 10 anni dall’avvio del Processo di Bologna. In particolare l’indagine, conclusa nell’autunno 2008, ha riguardato tutti gli oltre 140mila laureati post-riforma nell’anno solare 2007, intervistati a un anno dalla laurea: 105.439 di primo livello, 30.355 laureati specialistici (3+2), 7.715 laureati specialistici a ciclo unico (medicina, veterinaria, giurisprudenza, ecc.). Sono stati indagati, anche 79.761 laureati di primo livello nel 2005, intervistati a tre anni dalla laurea. Infine, il Rapporto ha coinvolto circa 64mila laureati pre-riforma, in particolare quelli delle sessioni estive 2007, 2005 e 2003 indagati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.

L’indagine, nel complesso, ha riguardato quasi i due terzi dei laureati post riforma usciti nel 2007 dal sistema universitario italiano; per la prima volta abbiamo a disposizione i dati sulla condizione occupazionale dei laureati specialistici biennali, a un anno dalla laurea.

Per iniziare quelche dato quantitativo.

Tra gli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni, i laureati sono il 17%, mentre nel Regno Unito la percentuale è del 37%, in Spagna e negli Stati Uniti del 39%, in Francia del 41% e in Giappone del 54%. Il numero di laureati in Italia si riduce ulteriormente se prendiamo in considerazione la fascia d’età più avanzata: solo il 9% degli italiani tra i 55 e i 64 anni è laureato, contro il 23% della Germania, il 24% del Regno Unito e il 38% degli Stati Uniti.

Una causa inconfutabile di questo arretramento è la scarsa spesa pubblica destinata all’istruzione universitaria e alla ricerca. Alla prima l’Italia destina solo lo 0,78% del prodotto interno lordo contro più del 2% dei paesi scandinavi, l’1,02% del Regno Unito, l’1,16% della Germania, l’1,21% della Francia. Anche per gli investimenti nel settore della Ricerca e Sviluppo il nostro Paese è tra gli ultimi, destinando tra risorse pubbliche e private, l’1,10% del Pil.

Ma qual è la situazione del mercato del lavoro italiano per i laureati?

Nel primo bimestre 2009, rispetto ai mesi di gennaio e febbraio del 2008, c’è stato un calo nelle richieste di laureati del 23%; le contrazioni più forti le hanno subite i titoli di studio solitamente al vertice dell’occupazione (-35% nel gruppo economico-statistico, -24% in ingegneria). Da sottolineare il fatto che la banca dati Almalaurea mette a disposizione on line oltre un milione e 200mila curricula dei laureati dei 52 Atenei aderenti e nell’ultimo anno ha ceduto ad aziende italiane ed estere oltre 460mila curricula.

Dunque ad un anno dalla laurea risulta che:

  • il tasso di occupazione risulta in calo, nell’ultimo anno, dello 0,5%;
  • il tasso di disoccupazione, nell’ultimo anno, aumenta di 3%;
  • negli ultimi sette anni la quota di laureati occupati si contrae di 6%

Comunque la laurea risulta premiante: chi possiede un titolo di studio universitario ha un tasso di occupazione del 10% maggiore di chi ha un diploma di scuola superiore (78% contro 67%, dati Istat). Il reddito, poi, è più elevato del 65% rispetto a quello percepito dai diplomati.

A 5 anni dalla laurea la maggior parte dei laureati è inserita nel mercato del lavoro:

  • il tasso di occupazione, per i laureati del 2003 è pari all’84,6% (ma altri 7,4% proseguono gli studi);
  • la stabilità del lavoro coinvolge il 70% degli occupati;
  • l’efficacia del titolo nel mercato lavoro è elevato (il titolo conseguito è almeno "abbastanza efficace" rispetto al lavoro svolto per il 91% dei laureati occupati);
  • nota dolente è rappresentata dalle retribuzioni che, nell’ultimo quadriennio, seppure superiori a 1.300 euro, hanno visto il loro valore reale ridursi di circa il 6%.

Quanto guadagnano i laureati figli della riforma? Il guadagno ad un anno supera complessivamente i 1.100 euro netti mensili (contro i poco 1.010 euro dei pre-riforma). Il titolo conseguito, inoltre, risulta almeno abbastanza efficace per oltre l’87% dei laureati post-riforma (9 punti percentuali in più di quanto registrato fra i laureati pre-riforma).

Si conferma invece la consistenza del lavoro precario già segnalata nei precedenti Rapporti anche per i laureati pre-riforma. La stabilità, merce rara a un anno dalla laurea, è più elevata per i laureati di primo livello rispetto agli specialistici, ma pur sempre non raggiunge il 40%.

E come vengono accolti sul lavoro i laureati di 2° livello? Il tasso di occupazione è del 75%; a un anno dalla laurea guadagnano 1.117 euro mensili netti, ma anche per loro la precarietà resta la nota dolente: solo il 28% dei neolaureati specialistici ha un lavoro a tempo indeterminato o autonomo; il 49% ha un lavoro atipico.

LINK: La sintesi del Rapporto

 

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