IMMIGRATI. Lavoratori spesso vittime di infortuni, le Acli chiedono protezione per chi denuncia

I lavoratori stranieri sono più precari e flessibili. E sono più degli altri vittima della mancanza di sicurezza sul lavoro: con un tasso di incidenti che rappresenta il 12% sul totale a fronte di una presenza percentuale di immigrati del 6%, si infortunano in media il 50% in più rispetto agli altri lavoratori e spesso non possono denunciare l’infortunio se non vogliono perdere il lavoro o essere espulsi. La richiesta: creare percorsi di protezione per gli immigrati che denunciano un infortunio sul lavoro, perché non perdano i loro diritti. È quanto emerge dal seminario "Quando il viaggio si incrocia con il diritto e la convivenza", organizzato dalle Acli (Associazioni cristiane del lavoratori italiani) e dal Patronato Acli, che si è svolto oggi a Roma presso la sede dell’INAIL. L’appuntamento anticipa la terza edizione dell’iniziativa "Diritti in Piazza", che si svolgerà il 28 e il 29 settembre in oltre duecento piazze italiane per confrontarsi sul tema del lavoro e della sicurezza e sensibilizzare i cittadini sul "lavoro sicuro".

I numeri. Gli infortuni sul lavoro occorsi a lavoratori extracomunitari e denunciati all’INAIL nel primo semestre di quest’anno (comprendendo anche gli immigrati di Romania e Bulgaria, diventati comunitari dal primo gennaio) sono oltre sessantamila (62.149) fra i quali 59.751 nel settore dell’industria e dei servizi e 2.156 in agricoltura. I casi mortali sono stati 72.

Il lavoro. Il processo di inclusione nel mercato del lavoro procede a ritmo spedito. Secondo i dati resi noti da Giovanni Guerisoli, presidente CIV INAIL, in una sola settimana (dal 10 settembre a oggi) sono stati regolarizzati quasi cinquantamila lavoratori extracomunitari: il 10 settembre le assunzioni di extracomunitari con lavoro a tempo indeterminato erano 639.429 e il dato è salito a 676.717 in data odierna; le assunzioni a tempo determinato erano 219.362 una settimana fa e sono salite a 231.297 oggi. Allo stesso tempo, il numero di lavoratori tutelati dai patronati in rapporto a tutti i casi denunciati è ancora basso: su oltre 611.790 infortuni denunciati quest’anno, i lavoratori patrocinati da tutti i patronati sono solo 51.779. Di questi, 46.571 sono italiani e 5.208 stranieri.

Rappresentanza. Al seminario sono intervenuti fra gli altri il presidente nazionale Acli Andrea Olivero, il vice presidente delegato del Patronato Acli Michele Consiglio, il direttore dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR Enrico Pugliese e Camilla Orlandi per l’ANCI (Associazione nazionale Comuni Italiani). A livello comunale gli interventi elaborati per la rappresentanza degli immigrati sono ancora scarsamente applicati: secondo una ricerca effettuata dall’ANCI su 600 Comuni italiani risulta, ad esempio, che solo il 3% dei Comuni ha il consigliere comunale aggiunto, solo il 2% il Consiglio degli stranieri e solo il 5% la Consulta.

Le Acli. Acli e Patronato Acli chiedono dunque di creare percorsi di protezione per gli immigrati che denuncino un infortunio sul lavoro e di prevedere un "accompagnamento sanitario" del lavoratore immigrato che veda una maggiore partecipazione dei medici del Servizio pubblico e degli istituti di Patronato. "Accanto a politiche certe ed efficaci di sicurezza, servono interventi di riqualificazione urbana, di mediazione, di accompagnamento", ha detto Michele Consiglio, ricordando come "i lavoratori stranieri sono, a parità di mansioni dei lavoratori italiani, meno retribuiti e devono sottostare spesso a maggiori ore di lavoro che superano quelle contrattuali e per le quali non vengono pagati o lo sono solo sommariamente. Se poi non sono in regola con il permesso di soggiorno hanno anche meno tutele, da quelle della sicurezza a quelle sindacali. Purtroppo è anche in uso non riconoscere al lavoratore straniero, al momento del contratto, una precedente esperienza lavorativa, sia svolta nel Paese di origine sia in Italia. Il sottoinquadramento è una delle ingiustizie più abituali". "Quello svolto spesso dagli immigrati – rileva Andrea Olivero – è un lavoro "non sicuro" per eccellenza. Non solo per le condizioni precarie o del tutto irregolari in cui si svolge, ma anche per le conseguenze che questo significa sul piano della prevenzione degli infortuni e delle garanzie in caso di incidenti. Non è tollerabile rischiare allo stesso tempo la salute, o la vita, il posto di lavoro, il permesso di soggiorno e quindi la permanenza in Italia".

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