IMMIGRATI. Luci e ombre nella “Prima ricerca sociale sull’immigrazione in Italia”

Oltre la metà degli immigrati risiede in Italia da più di cinque anni e ha un livello di istruzione medio-superiore contrastante con il profilo lavorativo che vede, fra i lavori maggiormente svolti, quello di operaio, badante, colf a ore e cameriere. Particolare è la situazione abitativa: la maggior parte degli immigrati vive in famiglia o con altre persone, amici e parenti, prevalentemente in affitto e in una casa in media più piccola degli italiani. Gli immigrati hanno scelto l’Italia soprattutto per esigenze di lavoro o per raggiungere un familiare e seguono un progetto per il futuro che assume diverse dimensioni: se il 26,3% dichiara di voler vivere in Italia, c’è una percentuale consistente, oltre il 40%, che indica in modi diversi di voler tornare nel paese di origine. Si dimostra fluido anche il potenziale interesse ad acquisire la cittadinanza italiana dopo dieci anni di residenza: il 55,2% risponde affermativamente a fronte di un 20,3% che si dichiara non interessato e a un consistente 24,5% di incerti. E fra i motivi per cui interessa la cittadinanza ci sono, ai primi posti, quello di non chiedere più il permesso di soggiorno, seguito dall’avere gli stessi diritti degli italiani. Sono alcuni dei dati che emergono dalla presentazione della "Prima ricerca sociale sull’immigrazione in Italia" curata da Makno per il Ministero dell’Interno e presentata oggi a Roma nell’ambito di un convegno aperto dal sottosegretario Marcella Lucidi e di una tavola rotonda al quale hanno preso parte il ministro dell’Interno Giuliano Amato insieme a Magdi Allam, Luca Riccardi e Gianni Riotta. Un’occasione per presentare la guida "In Italia, in regola": si tratta di una pubblicazione realizzata in un milione di copie dal Ministero in collaborazione con BancaIntesa, redatta in otto lingue, che illustra le principali regole sull’immigrazione.

Il 53,9% degli immigrati vive in Italiada più di cinque anni: in particolare, il 31,4% da 5 a 9 anni, l’11,9% da 10 a 14 anni, il 5,9% da 15 a 19 anni e il 3,7% da 20 anni in poi, mentre la percentuale di coloro che sono in Italia da 3 o 4 anni è del 25,8% e quella di chi è presente da 1 o 2 anni è del 14,4%. Il livello di istruzione è medio superiore. Per quanto riguarda l’italiano, il 74,9% dichiara di conoscere abbastanza bene o molto bene il parlato mentre le percentuali scendono per l’italiano letto (56%) e scritto (42,1%). E se il 40,2% dichiara di non conoscere altre lingue oltre all’italiano e alla propria, il restante 60% conosce altre lingue fra le quali il 39,1% l’inglese, il 23,6% il francese, il 5% l’arabo. La netta maggioranza degli immigrati lavora (73,5%). L’occupazione è ancora mediobassa e contrasta col profilo relativo all’istruzione: si tratta in particolare di operai (24,5%), di badanti (12,3%), di colf a ore (10,2%) e di camerieri (8,9%) anche se non manca un 5,5% di commercianti, un 3,9% di impiegati e un 3,5% di artigiani. La retribuzione media sembra – ha detto presentando la ricerca Mario Abis, di Makno e Consulting – la foto della classe lavoratrice operaia italiana di venti o trenta anni fa.

Gli immigrati vivono per il 43,8% con la famiglia, per il 29% con parenti o amici e per il 16,6% con altre persone. Si tratta di famiglie più numerose rispetto a quelle italiane perché composte in prevalenza (34,9%) da quattro persone e con una media di 3,7 componenti (quella italiana è di 2,6). Il 53% dei figli degli immigrati è nato in Italia. Gli immigrati vivono soprattutto in affitto, 64% a fronte del 12,3% che vive in case di proprietà, e in abitazioni in media più piccole di quelle in cui vivono gli italiani (75 mq in media contro 103 mq), segnale dunque di un fattore di precarietà nella situazione abitativa. Il profilo di italiani e immigrati si avvicina invece per quanto riguarda la presenza casalinga degli elettrodomestici. Tv ed entertainment segnalano valori più alti fra gli immigrati per quanto riguarda la fruizione di parabola TV Sat: 32,3% a fronte del 21,4% degli italiani. E se rispetto agli italiani gli immigrati hanno meno telefoni fissi (25,6% a fronte dell’87%), hanno invece di più il cellulare (93,6% rispetto all’87%) mentre sono più contenuti i valori di pc e internet.

Perché hanno scelto l’Italia?Al lavoro si accompagna la presenza di reti sociali composte da famiglie ma anche da connazionali e amici: il 36,5% segnala la possibilità di trovare un lavoro e il 34% che nel paese di origine non c’era lavoro, mentre il 34,1% arriva per ricongiungimento familiare e altre consistenti percentuali per la presenza di connazionali e amici. Gran parte degli immigrati afferma di trovarsi bene in Italia: il 24,3% dichiara "molto bene", il 61,6% "abbastanza bene". Ma secondo la rilevazione, la percentuale di vera soddisfazione coincide circa con un quarto del campione. I progetti per il futuro sono del resto sfumati e fluidi: se il 26,3% dichiara di voler vivere in Italia, c’è un blocco che risponde per il 16,2% di voler tornare al paese di origine quando sarà vecchio, per il 22,4% di voler tornare appena guadagnato abbastanza, per il 3,8% di voler tornare quanto avrà imparato un lavoro e c’è inoltre un consistente 20,9% che dichiara di non avere progetti per il futuro.

La maggior parte degli immigrati (75,7%) si dichiara del tutto o abbastanza d’accordo con l’espressione "Alla grande maggioranza degli immigrati piacerebbe poter ottenere la cittadinanza italiana". Il contesto cambia quando la domanda viene rovesciata e diventa "Ai miei connazionali non interessa poter ottenere la cittadinanza italiana": il 29,8% si dichiara infatti d’accordo con questa seconda affermazione. Sulla cittadinanza, rileva lo studio, c’è dunque un buon interesse ma non privo di elementi di contraddizione. Quando si chiede agli immigrati l’interesse potenziale a richiedere la cittadinanza italiana dopo 10 anni di regolare residenza, il 55,2% risponde positivamente, il 20,3% negativamente il 24,5% non sa. E fra i motivi per i quali viene indicato l’interesse per la cittadinanza c’è al primo posto quello di non chiedere più il permesso di soggiorno (57%) seguito da avere gli stessi diritti degli italiani (40,7%).

La ricerca ha inoltre indagato la percezione degli immigrati da parte degli italiani: il 65,3% non sa dire quale sia il numero degli immigrati, la percentuale percepita di clandestini è in genere sovrastimata e il 59,2% degli italiani pensa che negli ultimi anni gli immigrati siano "aumentati molto". I sentimenti rilevati nei confronti degli immigrati sono così ripartiti: il 42,1% esprime apertura, il 32,7% chiusura e il 25,2% indifferenza.

La presentazione della ricerca è stata accompagnata da una tavola rotonda nella quale non sono mancati gli spunti polemici e i riferimenti alle problematiche dell’integrazione e dell’Islam. "Considero che sia un segno di fallimento il fatto che per illustrare regole si debbano stampare opuscoli in otto lingue – ha detto Magdi Allam in relazione alla guida presentata – L’investimento deve essere fatto affinché gli immigrati in Italia conoscano tutti l’italiano". Una ipotesi sulla quale non è d’accordo il ministro dell’Interno Giuliano Amato, per il quale non esiste inoltre una categoria unica di immigrati. "Non esiste – ha aggiunto – una precostituita identità italiana, l’identità italiana si è venuta formando attraverso una pluralità di rapporti. Gli stessi Stati Uniti come il Canada – ha poi aggiunto – sono un paese in cui chiunque arriva viene chiamato a definire l’identità del paese: sono chiamato a essere americano, sono chiamato a essere canadese e finisco per rendere partecipe della mia quota di identità l’identità complessiva del paese". Per il Ministro dell’Interno rendere difficile il ricongiungimento familiare "è un errore politico" mentre "la cittadinanza la dobbiamo dare a chi la vuole. Deve essere offerta a chi si sta radicando qua".

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