IMMIGRATI. Rapporto Inps: “Fruitori marginali di prestazioni pensionistiche”

Un differenziale retributivo che supera il 36% rispetto ai lavoratori italiani e in alcuni contesti come Roma e Milano arriva a superare i diecimila euro. Una situazione generale di sottoinquadramento della manodopera. E una fruizione marginale di prestazioni pensionistiche per una stima che, per il 2015, parla di un pensionato ogni 25 residenti fra gli immigrati, contro uno su 5 fra gli italiani. Sono alcuni dei numeri del III Rapporto Inps "I lavoratori immigrati negli archivi previdenziali" elaborato su dati Inps con la collaborazione dei ricercatori del Dossier Caritas Migrantes.

I dati di riferimento sono quelli aggiornati al 2004, 2005 e 2006. Viene presa in considerazione la nascita straniera e considerati "immigrati non comunitari" i lavoratori iscritti all’Inps nati in un paese non appartenente alla Ue a 15 precedente all’ampliamento del 2004.

Dal Rapporto emerge intanto il differenziale retributivo degli immigrati. "Nel corso del 2004, un lavoratore non comunitario assicurato all’Inps ha percepito una retribuzione media lorda, calcolata sommando le retribuzioni ricevute anche in diverse gestioni previdenziali, di 10.042 euro annui, corrispondenti a circa 837 euro mensili". Il confronto delle retribuzioni attesta che i lavoratori non comunitari "rispetto alla totalità dei lavoratori ricevono il 36,4% in meno (11.537 euro l’anno rispetto a 18.132) e in alcuni contesti (segnatamente a Roma e a Milano) la differenza supera i 10.000 euro". Lo svantaggio si accentua per le donne, penalizzate da un trattamento inferiore del 35,9% rispetto alle altre donne e che lavorano in settori generalmente mal retribuiti come quello dell’assistenza familiare.

Tutti i settori, rileva dunque il Rapporto, hanno questa caratteristica: "in ciascuno gli immigrati percepiscono retribuzioni inferiori agli italiani e ai comunitari. Si va da differenze contenute tra il 10% e il 20% (credito e assicurazioni, comparto del legno, la stessa edilizia), al 40% (agricoltura, servizi, tessile e abbigliamento, trasporti e comunicazioni)".

I lavoratori non comunitari che nel 2004 hanno beneficiato di prestazioni Inps a sostegno del reddito, come disoccupazione o cassa integrazione, sono stati quasi 200 mila incidendo per l’8,2% sul totale dei beneficiari, quota in linea con quella calcolata sul totale dei lavoratori, mentre il loro numero è leggermente diminuito nel 2005.

Gli immigrati, evidenzia il Rapporto, sono "fruitori marginali di prestazioni pensionistiche".:"Al 1° gennaio 2007 sono risultate in pagamento 294.025 prestazioni pensionistiche Inps a persone nate all’estero, tra pensioni contributive (di vecchiaia, invalidità e ai superstiti) e non contributive (pensioni e assegni sociali e pensioni agli invalidi civili), con un aumento rispetto all’anno precedente di 8.973 trattamenti, nel 90% dei casi pagati in Italia". In maggioranza (61%) sono lavoratori nati in Europa e solo in percentuali minori vengono da Africa (19,3%) e America Latina (11%). "Questa ripartizione – spiega il Rapporto – lascia intendere che nella grande maggioranza dei casi si tratta non dei cittadini stranieri venuti in Italia negli ultimi decenni, bensì dei discendenti degli italiani emigrati in quelle aree".

È difficile stabilire quanti lavoratori immigrati vadano in pensione ogni anno. Secondo le stime della Caritas Migrantes su dati Inps, i flussi di pensionamento saranno circa 6.290 l’anno nel quinquennio 2005-2010 per un totale di 31.450 prestazioni; circa 21.840 l’anno nel quinquennio 2010-2015 per un totale di 109.180 prestazioni; circa 34.980 l’anno nel quinquennio 2016-2020 per un totale di 173.950 prestazioni.

"Pertanto, – è la conclusione – tra gli italiani attualmente vi è circa 1 pensionato ogni 5 residenti, mentre tra gli immigrati nel 2015 vi sarà 1 pensionato ogni 25 residenti, quindi con un carico comunque ridotto per il sistema previdenziale rispetto all’entità di contributi previdenziali che versano (5 miliardi l’anno, con l’esclusione di agricoli e domestici come accertato dallo stesso Istituto per il 2007). Quindi, anche sotto l’aspetto strettamente previdenziale, sembra convalidata la tesi che in Italia, grazie alla loro giovane età, i lavoratori immigrati siano più un beneficio che un costo, mentre la questione si porrà in altri termini tra una ventina d’anni".

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