IMMIGRAZIONE. Approvati ieri i decreti sui ricongiungimenti e sui richiedenti asilo. I commenti

I due decreti approvati ieri dal Consiglio dei Ministri, quello sui ricongiungimenti familiari e quello sui richiedenti asilo, hanno suscitato immediate reazioni da parte delle associazioni che difendono i diritti dei rifugiati. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) "non valuta positivamente" le norme del governo che rendono più difficile il ricongiungimento familiare.

Il Consiglio dei Ministri ha, infatti, introdotto limitazioni al diritto di ricongiungimento nei confronti del coniuge, dei figli maggiorenni e dei genitori. In particolare, per il coniuge é richiesto che sia maggiorenne e non legalmente separato. Per i figli maggiorenni sono richieste pesanti ragioni oggettive, come la condizione di invalidità totale, che non permettono di condurre una vita indipendente. Per i genitori si richiede che non abbiano figli nel Paese di origine oppure, se ultrasessantacinquenni, che gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute. Per accertare il rapporto di parentela, quando ci sono dubbi sull’identità dell’immigrato, questo verrà sottoposto all’esame del dna. L’unica nota positiva di questo decreto è, secondo l’Unhcr, "l’esonero dei beneficiari di protezione sussidiaria dai requisiti di reddito più stringenti introdotti dal decreto".

Il decreto sul riconoscimento e revoca dello status di rifugiato ha, invece, previsto che il prefetto stabilisca un luogo di residenza o un’area dove il richiedente asilo possa circolare. Quest’ultimo ha l’obbligo di comparire personalmente davanti alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione, se convocato. L’Unhcr ha apprezzato queste modifiche: "Ora, in caso di diniego all’asilo da parte della commissione territoriale – ha spiegato l’Alto commissariato – il richiedente non potrà essere allontanato prima di poter fare ricorso. Inoltre, il ricorso sospende il rimpatrio". Ma il punto più criticato del decreto è stato l’eliminazione dell’effetto sospensivo del ricorso contro la decisione di rigetto della Commissione".

L’Unhcr ha ricordato che "negare a un richiedente la possibilità di fare appello può esporlo al rischio di persecuzione e tortura nel suo paese". Inoltre, l’Alto commissariato ha precisato che, per la Convenzione di Ginevra, "l’eventuale reato di immigrazione clandestina dovrebbe escludere dalla sua applicazione i rifugiati". Secondo le stime Unhcr, in Italia da gennaio ad agosto sono state esaminate 11 mila richieste di asilo. All’8% dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato.

Il direttore del Cir (Centro italiano per i rifugiati), Christofer Hein, ha ricordato che l’asilo è un diritto costituzionale e che l’Italia non ha ancora una legge ad hoc. Secondo Hein alcune delle novità introdotte sono "preoccupanti":i limiti agli spostamenti di chi attende la decisione sull’asilo ("sarà la prefettura a decidere caso per caso. Hanno già tanto lavoro, come faranno anche con questa nuova competenza?") e l’ eliminazione dell’automatismo a rimanere in Italia in caso di ricorso; anche qui sarà "il giudice a decidere caso per caso. Può capitare anche ad iracheni o afghani, paesi in cui c’é un conflitto e il seguire un ricorso non è poi così semplice". Queste norme – ha aggiunto Hein – che creeranno problemi ai richiedenti asilo. Negativo anche il fatto che chi chiede asilo e non ha un soggiorno regolare "può finire in un centro di detenzione". Per Hein, il provvedimento vuole limitare gli abusi: "eppure in Italia il 55% dei richiedenti alla fine ottiene la protezione, è una delle più alte percentuali nell’ Ue. L’abuso non ha sostegni dai numeri". In realtà, a suo avviso, "si vuole scoraggiare l’arrivo in Italia dei veri rifugiati. Si criminalizzano le persone. Eppure, l’asilo è un diritto costituzionale. Fra l’opinione pubblica, invece che un soggetto di diritti è indicato come criminale".

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