IMMIGRAZIONE. Caritas: romeni in Italia, circa un milione, garantiscono l’1,2% del Pil

Una collettività prima in Italia per numero di immigrati, in prima fila nell’apporto al sistema produttivo italiano, più spesso vittima di discriminazioni che "untori" e che dell’Italia apprezza soprattutto il sistema sanitario: sono alcuni degli elementi che fotografano l’immigrazione romena in Italia secondo i dati dello studio "Romania. Immigrazione e lavoro in Italia. Statistiche, problemi e prospettive", resi noti oggi dalla Caritas e dai redattori del Dossier Caritas/Migrantes.

La presenza dei romeni è andata aumentando nel corso degli anni: erano ottomila nel 1990 e secondo una stima di massima effettuata dalla Caritas sono, all’inizio del 2008, circa un milione. All’inizio del 2007, su un totale di 3.690.000 stranieri regolari i romeni sono risultati 556.000 secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes, per il 53,4% costituiti da donne. La stima aggiornata all’inizio di quest’anno ipotizza la presenza di 1.016.000 romeni, inegualmente ripartiti tra motivi di lavoro (73,7%), di famiglia (23,5%) e altre ragioni. Si tratta di una stima massima e quindi potrebbe essere ridimensionata ma "anche se si trattasse di 850 mila persone – afferma la Caritas – i romeni rimarrebbero di gran lunga la prima collettività".

Nella distribuzione regionale si stima la presenza di circa 200.000 romeni nel Lazio (la provincia di Roma supera da sola le 100.000 presenze), seguita da 160.000 presenze in Lombardia, 130.000 in Piemonte, 120.000 in Veneto, 80.000 in l’Emilia Romagna e in Toscana e, nel Meridione, 20.000 presenze in Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia.

Ogni sei nuovi assunti stranieri uno è romeno: gli immigrati coprono dunque i due terzi del fabbisogno di nuova forza lavoro e coloro che vengono dalla Romania sono in prima fila, garantendo l’1,2% del Prodotto interno lordo italiano.

La Caritas richiama i dati dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che sulla base delle segnalazioni ricevute ha tracciato un quadro delle situazioni di discriminazione e disparità vissute dai romeni in Italia. Più vittime che "untori", commenta la Caritas richiamando le principali denunce: diffusione di un’informazione tendenziosa sui fatti nei quali sono coinvolti i romeni; mancanza di informazione, di assistenza legale e di formazione a beneficio dei romeni che arrivano in Italia; sfruttamento sul luogo di lavoro, specialmente nel settore edile, primato dei romeni negli infortuni mortali e molestie sessuali subite dalle donne durante l’accudimento; perseguimento della sicurezza pubblica con atteggiamenti spesso intimidatori durante i controlli effettuati sul territorio; riscontro di difficoltà burocratiche e di atteggiamenti ostili tra gli operatori pubblici con conseguente ostacolo nella fruizione dei servizi sociali.

Affermano gli estensori dello studio: "L’Italia e la Romania sono, già attualmente e ancor di più in prospettiva, due paesi meno distanti di quanto si creda, tanto più che una significativa presenza lavorativa romena è insediata in Italia e una significativa presenza imprenditoriale italiana opera in Romania. La reciproca integrazione sta nella logica dei fatti, solo che bisogna rendersi conto che essa non si raggiunge per decreto legge. La collettività romena in Italia ha avuto anche i suoi aspetti problematici, ma è tempo di considerarla nella sua sostanza più valida, che è di sostegno al nostro sviluppo e di legame tra i due paesi".

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