IMMIGRAZIONE. Caritas/Migrantes: 4 mln di italiani in Germania, 550 mila sono rimasti

Germania e Italia a confronto sull’immigrazione: un’ideale "staffetta" fra il più grande paese di immigrazione in Europa e l’Italia, che "sembra destinata a diventarlo in una ventina d’anni". È quanto rilevato nell’ambito del convegno "Da immigrati a cittadini. Esperienze in Germania e in Italia" promosso dall’Ambasciata tedesca insieme a Caritas Italiana e con la collaborazione della Fondazione Friedrich Ebert e del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Dopo un anno di studio si attua "una sorta di staffetta tra la Germania, che è attualmente il più grande paese di immigrazione in Europa con 6,7 milioni di soggiornanti (ma più del doppio la popolazione di origine immigrata) e l’Italia che sembra chiamata nel futuro a rilevarne il posto in graduatoria, risultando l’afflusso di una consistente forza lavoro supplementare indispensabile per porre rimedio alle carenze connesse con un andamento demografico negativo". È quanto si legge in una nota stampa.

Gli italiani hanno contribuito molto alla presenza immigrata in Germania, con un flusso di 4 milioni di persone nel dopoguerra, dei quali sono rimasti circa 550.000 con la cittadinanza italiana e altri 140.000 che hanno acquisito la cittadinanza del posto. Rispetto all’Italia, in Germania è più ridotto il livello degli arrivi, delle nuove nascite, dei ricongiungimenti familiari, del fabbisogno di lavoratori. Risulta tra l’altro che le aziende con titolare immigrato (300.000) hanno creato un milione di posti di lavoro.

In Italia la metà degli immigrati è insediato da meno di 5 anni mentre in Germania, dopo più di mezzo secolo di esperienza migratoria e con un’anzianità media di soggiorno degli immigrati di 25 anni, si è dedicata – rileva Caritas/Migrantes – maggiore attenzione alle esigenze dell’integrazione, con una particolare insistenza sull’inserimento delle seconde generazioni a scuola, nel mondo lavorativo e nella società, come sul rispetto delle norme costituzionali non negoziabili, sull’apprendimento della lingua e sul rispetto delle culture degli immigrati.

Quali i numeri? In Germania si calcola che su una popolazione di 82,5 milioni di persone abbiano un passato migratorio 1 ogni 5 residenti e 1 ogni 5 bambini con meno di 5 anni. Attualmente la popolazione straniera in Germania, anche a seguito delle naturalizzazioni, è scesa a 6.751.000 persone, di cui più un quinto nati sul posto. All’inizio del 2007 la collettività italiana in Germania contava tra i 530.000 (archivi tedeschi, di cui il 30% nati sul posto) e i 580.000 membri (archivi italiani), mentre sono 140.000 quelli che hanno acquisito la cittadinanza tedesca.

Attualmente – rileva Caritas/Migrantes – l’Italia è accomunata alla Germania per il fatto di essere diventata un grande paese di immigrazione, con 3.690.000 presenze regolari all’inizio del 2007 e sembra destinata a diventare il più grande paese europeo di immigrazione, paragonabile alla Germania, in una ventina di anni.

Ci sono però alcune differenze. Rispetto alla Germania, in Italia hanno valori più elevati i ricongiungimenti familiari (87.000 rispetto a 76.000), le nuove nascite da entrambi i genitori immigrati (57.000 rispetto a 30.000), l’incidenza totale delle nascite (10% rispetto al 5%) e la percentuale dei minori sulla popolazione straniera (22,6% rispetto al 18,2%). Le Germania prevale invece per quanto riguarda il peso delle seconde generazioni (750.000 rispetto a 398.000 in Italia); il flusso delle naturalizzazioni (125.000 l’anno rispetto a 19.000 in Italia); l’anzianità media di soggiorno (il 16% ha un’anzianità di meno di 5 anni, mentre in Italia la quota sale al 50%: in Germania l’anzianità media è di 17 anni, di cui il 22% con più di 30 anni di residenza). Per Caritas/Migrantes il confronto serve dunque a evidenziare i futuri elementi problematici: le seconde generazioni troveranno difficile accettare inserimenti di basso profilo nel mondo del lavoro; consistenti sono i rischi di esclusione nel mondo scolastico; bisogna insistere sulla lingua come leva di integrazione.

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