IMMIGRAZIONE. Caritas/Migrantes: 5 mln di immigrati. Giovani e lavorano anche se pagano crisi

Il volto dell’Italia è cambiato grazie all’immigrazione. È un’Italia multiculturale di fatto, perché il Belpaese non può più essere concepito senza l’apporto dei migranti. Che sono più giovani degli italiani e lavorano, pagano la crisi perché risentono degli effetti economici che questa porta ma allo stesso tempo continuano a fare impresa e a mettersi in proprio, pagano ogni anno oltre 7 miliardi di euro di contributi pensionistici e sono sempre più inseriti nel tessuto sociale italiano, dove i minori sono quasi un milione e le seconde generazioni sono più di 600 mila. A fine dicembre 2010, gli immigrati regolari erano quasi 5 milioni, il 7,5% della popolazione, un numero sostanzialmente uguale rispetto a quello dello scorso anno perché "le nuove presenze sono state oltre mezzo milione, tra regolarizzati e nuovi venuti, a fronte di altrettanti immigrati la cui autorizzazione al soggiorno è venuta a cessare, a prescindere dal fatto che siano rimpatriati o siano scivolati nell’irregolarità. Questa rotazione deve indurre a riflettere sugli effetti pesantemente negativi della precarietà dei titoli di soggiorno e sulle modifiche normative per porvi rimedio".

È la fotografia dell’Italia multiculturale restituita dal Dossier Statistico Immigrazione 2011 realizzato da Caritas/Migrantes, redatto quest’anno con lo slogan "Oltre la crisi, insieme" e presentato oggi a Roma. Spiega il coordinatore del dossier Franco Pittau: "Il numero di presenze regolari di immigrati nel 2010 non è aumentato. Oltre 600 mila cittadini non comunitari hanno infatti perso il titolo di soggiorno, e sono rientrati nei paesi di origine o sono rimasti irregolari". Ma altri ne sono arrivati, e per Pittau "la politica di rotazione" non è funzionale, in un’Italia in cui "l’immigrazione è diventata parte sostanziale" della nazione.

Il fenomeno è ben descritto da una serie di dati che il coordinatore snocciola uno dietro l’altro e che evidenziano lo sviluppo storico e dinamico dell’immigrazione: nel 1990 gli immigrati erano meno di 500 mila, nel 2010 sono quasi 5 milioni; l’incidenza dei comunitari era il 19% nel ’90 ed è diventa più di un quarto nel 2010; l’incidenza degli immigrati sulla popolazione italiana era dell’1,1% nel 1990 ed è del 7,5% oggi; i minori stranieri erano 20 mila undici anni fa, ora sono un milione; gli occupati erano meno di 400 mila nel ’90 e ora sono più di 2 milioni. Prosegue Pittau: "A scuola gli immigrati sono oltre 700 mila. I figli di madre straniera sono quasi un quinto del totale dei bimbi. Un decimo degli occupati sono immigrati. I titolari di azienda sono circa 230 mila e aumentano anche in un periodo di crisi. Sono 600 mila i cittadini che risultano stranieri ma che sono nati in Italia. Non può essere concepita un’Italia senza immigrazione".

Gli indicatori di inserimento della popolazione immigrata sono sempre più forti e indicano un insediamento stabile e strutturale, non sempre assecondato da una legislazione che invece si dimostra carente. Nell’ultimo anno sono infatti scaduti, senza essere rinnovati, oltre 684 mila permessi di lavoro. I migranti sono inseriti nel contesto sociale. Si vede dai matrimoni (fra il 1996 e il 2009 ci sono stati 257.762 matrimoni misti, oltre 21 mila nell’ultimo anno, pari a uno ogni 10 celebrati) e dalle nascite: i minori figli di immigrati sono quasi un milione e aumentano ogni anno di oltre 100 mila, mentre le persone di seconda generazione sono quasi 650 mila, nate in Italia senza avere la cittadinanza italiana. A livello demografico, mentre l’Italia si segnala per un inarrestabile invecchiamento della popolazione, i migranti sono più giovani (hanno un’età media di 32 anni contro i 44 degli italiani), si caratterizzano per una forte incidenza dei minori (21,7%) e delle persone in età lavorativa (78,8%).

I migranti risentono della crisi ma lavorano. Versano ogni anno oltre 7 miliardi di contributi previdenziali, assicurano flessibilità territoriale e disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi, creano autonomamente lavoro e si occupano del welfare familiare, ma stanno pagando duramente la crisi anche se la popolazione immigrata "rende più di quanto costi alle casse dello Stato". Spiega il dossier che i lavoratori immigrati (oltre 2 milioni) rappresentano un decimo della forza lavoro e sono determinanti in diversi comparti produttivi; stanno pagando duramente gli effetti della crisi anche in termini di disoccupazione ma allo stesso tempo la crisi non blocca il loro dinamismo imprenditoriale, tanto che il numero delle imprese gestite da immigrati è aumentato nel 2010 di 20 mila unità, arrivando a 228.540. La precarietà del lavoro si riflette però sul piano abitativo, dove si trova in condizione di disagio il 34% degli immigrati. Sono numerosi anche i casi di discriminazione segnalati all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che nel 2010 ha registrato 766 segnalazioni, 540 delle quali ritenute pertinenti.

Ciò che maggiormente preoccupa gli immigrati sono il permesso di soggiorno e il razzismo, ovvero – spiega il dossier – "la mancata garanzia di un inserimento stabile e di una solida prospettiva interculturale basata sulle pari opportunità".

di Sabrina Bergamini

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