IMMIGRAZIONE. Giovani, uomini, “diniegati”: ritratto delle persone senza status di rifugiato

Sono soprattutto giovani uomini con un livello medio-alto di istruzione, arrivano in Italia via mare, da paesi in guerra o nazioni che non rispettano i diritti umani fondamentali. Sono migranti o apolidi, né richiedenti asilo né rifugiati ma "diniegati": hanno presentato domanda di riconoscimento dello status di rifugiato ma la loro istanza è stata rigettata dalla Commissione, anche se la stessa Commissione può aver il rilascio di un permesso di protezione umanitaria. Sono dunque persone che hanno lasciato il proprio paese, hanno chiesto rifugio in Italia, e vivono in condizioni di precarietà anche se – dovendo scegliere fra restare senza un permesso di soggiorno e ritornare nel paese di origine – fanno di tutto per rimanere. A gettare luce sulle condizioni e lo status dei diniegati è la ricerca "Presenze trasparenti", presentata oggi a Roma e realizzata da Caritas diocesana di Roma, Casa dei Diritti Sociali, Centro Astalli, Federazione Chiese Evangeliche, Progetto Casa Verde, Focus-Casa dei Diritti Sociali. I risultati si basano sulla raccolta di cento questionari e dieci storie di vita a Roma e nel Lazio.

In due anni, fra il 21 aprile 2005e il 2 novembre 2007, sono state presentate in Italia 27.295 domande di riconoscimento dello status di rifugiato: sono stati riconosciuti solo 2.203 rifugiati (pari all’8,7% delle domande) mentre 11.634 persone (il 45,8%) hanno ricevuto il diniego con raccomandazione di protezione umanitaria e 10.020 richiedenti (il 39,4% delle domande esaminate) hanno ricevuto il diniego senza protezione umanitaria. Al 2 novembre 2007, c’era inoltre un 6,1% di domande esaminate che risultavano sospese.

Chi sono i diniegati? Sono soprattutto maschi (84 su cento), anche perché – scrivono i responsabili della ricerca – il viaggio avviene soprattutto via mare. Sono soprattutto single. E sono persone giovani: l’80% degli intervistati ha meno di 35 anni e più di un terzo ha tra 26 e 30 anni. Il gruppo incontrato proviene da 24 diverse nazioni con una maggiore rappresentazione di Nigeria e Afghanistan: il 65% degli intervistati proviene dall’Africa, il 17% dall’Asia, il 14% dal Medio Oriente e una percentuale residua (pari al 4%) viene dall’Est Europa e dall’America Latina.

Hanno scelto l’Italia per l’accessibilità del Paese e per la presenza di familiari e conoscenti che potevano aiutare nel percorso di integrazione. Sono arrivati soprattutto via mare (59%), per nave o gommone. 47 persone su 98 hanno detto che il primo alloggio è stato un Centro di trattenimento o un Centro di accoglienza, mentre in 23 hanno dovuto dormire all’aperto. Il lavoro, quando c’è, è soprattutto precario: 41 diniegati su 100 hanno dichiarato di non lavorare mentre, per chi è riuscito a trovare un’occupazione, si tratta per lo più di lavori senza qualifica, nel terziario, nell’edilizia e nella ristorazione, con una componente di colf e assistenti familiare e una piccola percentuale di lavoro artigiano. Ma il gruppo intervistato ha dichiarato in circa il 70% dei casi di non aver mai avuto il permesso di soggiorno come richiedente asilo, e così quasi il 75% delle persone contattate ha lavorato in nero.

Anche l’assistenza sanitaria ha profili molto carenti. 47 diniegati su 99 non sono mai stati iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, 77 persone non risultano attualmente iscritte e 79 su 92 non hanno il tesserino di Straniero Temporaneamente Presente, che permette di ricevere cure mediche anche senza permesso di soggiorno.

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