IMMIGRAZIONE. “Perché la sanatoria ha fatto flop” di S. Pasquinelli

La sanatoria per la regolarizzazioni di colf e badanti proposta dal Governo non ha avuto il successo sperato. Le domande non hanno superato le 300.000, poche rispetto alle 500-750 mila attese. Ma perché la sanatoria ha fatto flop? Una possibile risposta la fornisce Sergio Pasquinelli che in un articolo apparso su www.lavoce.info sostiene che il "motivo essenziale dell’insuccesso è il fatto che i benefici sono quasi esclusivamente a favore dei lavoratori e i costi prevalentemente a carico delle famiglie". Secondo Pasquinelli "serve invece un piano di interventi strutturali per la non autosufficienza che preveda il potenziamento dei servizi domiciliari pubblici, ripensi l’indennità di accompagnamento e vari un progetto di coordinamento degli iter formativi promossi da singole regioni".

La regolarizzazione di colf e badanti, appena conclusa, ha portato a risultati inferiori a molte aspettative. Fermatesi in totale a 294mila, solo una minoranza delle domande presentate, il 38 per cento, ha riguardato badanti anziché colf. E naturalmente non tutte si tradurranno in regolarizzazioni effettive: un dato che conosceremo solo fra molti mesi.

Siamo lontani dalle attese. Il Viminale si era spinto a prevedere tra le 500 e le 750mila domande. Altri (tra cui chi scrive) avevano abbassato l’asticella a 300mila posizioni, ossia circa la metà dei clandestini stimati nel lavoro domestico, colf più badanti. Successo o insuccesso? Chiaramente un flop rispetto a diverse previsioni. Un risultato comunque limitato rispetto ai dati di realtà, la platea potenziale, pari ad almeno 600mila persone.

CHE COSA È ANDATO STORTO?
La regolarizzazione ha avuto costi e benefici. Il problema è stato che i benefici sono andati quasi solo a favore del lavoratore (colf e badanti), i costi prevalentemente a carico del datore di lavoro (le famiglie). Per la popolazione immigrata irregolare la sanatoria è stata l’occasione per ottenere il tanto agognato permesso di soggiorno: in molti non ci speravano più. Una grande conquista a costi relativamente ridotti.

Non è stato così per le famiglie. Per loro l’unico beneficio era quello di uscire dall’illegalità, dando lavoro a un clandestino. Ma molte famiglie non hanno evidentemente dato a questo grande rilevanza. Diciamo che non hanno tremato di paura per il rischio di diventare penalmente perseguibili.
Allo stesso tempo, sulle famiglie sono ricaduti la maggior parte degli oneri. I quali presi uno a uno avevano un peso relativo, ma è la loro somma, sottovalutata, che ha fatto la differenza. I 500 euro forfettari non sono di per sé una cifra astronomica, ma sono stati evidentemente un buon deterrente psicologico. Il minimo di 20 ore alla settimana per cui il lavoratore doveva essere assunto ha escluso una larga fetta di mercato, quella del lavoro a ore, oggi in crescita. La complessità dell’iter procedurale ha fatto la sua parte.

Ma la resistenza maggiore è dovuta al dover assumere e pagare d’ora in poi tutti gli oneri contributivi, rientrando in un contesto di regole, di diritti e di doveri. Molte famiglie non ci sono state, non hanno voluto, non se la sono sentita.

Un atteggiamento in linea con la risposta molto tiepida che hanno trovato gli assegni di cura regionali rivolti a chi impiega un’assistente familiare. I fruitori reali di questo tipo di assegni, vincolati alla regolare assunzione di un’assistente familiare, sono molti meno di quelli potenziali: in Veneto per esempio nel 2007 hanno beneficiato di questo tipo di contributi solo 2.800 famiglie, a fronte di 24mila beneficiari di assegni di cura tradizionali, cioè senza vincoli di utilizzo.

UNA POLITICA PER LA NON AUTOSUFFICIENZA
Se guardiamo l’ambito specifico del lavoro di cura, le 90-100mila assistenti familiari regolarizzate faranno scendere la quota di clandestine dall’attuale 38 per cento a circa il 27 per cento del totale delle badanti straniere. Dopodiché, come per i provvedimenti una tantum precedenti, l’effetto tenderà a svanire nel giro di pochi anni, tanto più se mancheranno investimenti per motivare e qualificare il settore, renderlo meno aleatorio, collegarlo con la rete pubblica dei servizi. E qui si aprono le prospettive sul dopo-sanatoria.

Il governo ha davanti a sé due possibilità. La prima è quella di non dare sostanzialmente seguito al provvedimento, di usarlo demagogicamente come "una delle cose più importanti che ha fatto il governo per le famiglie". Visti i numeri, si tratta tuttavia di un argomento non solidissimo.
Oppure, il governo può usare questa sanatoria come un’opportunità, lanciando un piano di interventi finalmente strutturali per la non autosufficienza. Diverse sono le azioni possibili. A partire dal rifinanziamento del "Fondo per la non autosufficienza", dotato finora di risorse limitate, meno di 400 milioni annui. Un Fondo che dia le gambe al potenziamento dei servizi domiciliari pubblici, usufruiti oggi dal 4,5 per cento degli anziani, contro una media europea che è il doppio.

Va poi pensato a come rendere le misure attuali più efficaci. L’indennità di accompagnamento è una fonte importante con cui si pagano le badanti: la riceve un anziano su dieci, per una spesa di oltre dieci miliardi di euro all’anno. Una misura granitica: nata trenta anni fa e da allora mai più toccata, insensibile a gradi diversi di non autosufficienza e al reddito del percettore, per tutti pari a un’erogazione mensile di 472 euro, senza alcun controllo sull’utilizzo. Maggiorazioni graduate per chi dimostra un uso appropriato delle somme, tra cui una badante regolarmente assunta, e riduzioni per chi invece non è in grado di farlo potrebbero rendere la misura più efficace nel sostenere la non autosufficienza.

Sull’onda di questa sanatoria si può inoltre avviare un piano di formazione che coordini gli sforzi regionali. Sono nove le regioni che hanno definito iter formativi per le assistenti familiari. Disomogenei per contenuti proposti e durata, e con un impatto ancora molto modesto. Sono necessari indirizzi coordinati a livello nazionale, impulsi univoci, in raccordo con il sistema delle professioni sociali. Legando tra loro questi interventi – servizi, sostegni economici mirati e formazione – potremo iniziare a costruire davvero un’alternativa credibile alla solitudine del mercato sommerso.

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