INFLAZIONE. Istat, a marzo stabile al 2,1%. I commenti dei consumatori e coltivatori

Inflazione stabile a marzo al 2,1%, stesso livello di febbraio. Lo comunica l’Istat nella stima preliminare, aggiungendo che i prezzi su base mensile sono cresciuti dello 0,2%. Crollo per il prezzo del pollame nel mese di marzo: secondo la stima dell’Istituto è diminuito del 7,3% rispetto a marzo 2005. In calo per quanto riguarda gli alimentari freschi, anche i prezzi della frutta (-6,3%) e degli ortaggi (-0,1%). Registra in questo comparto invece un aumento il prezzo del pesce fresco (+3,5%). Per quanto riguarda invece i prodotti alimentari lavorati prosegue una tendenza all’accelerazione dei prezzi.

In particolare quelli degli oli e grassi sono aumentati in un anno del 10,2%. Gli aumenti congiunturali più significativi del Nic si sono verificati per i capitoli servizi ricettivi e ristorazione (+0,5%), bevande alcoliche e tabacchi e trasporti (+0,3% per entrambi); variazioni nulle si sono verificate per i mobili e servizi per la casa e istruzione; variazioni negative si sono registrate invece nei capitoli comunicazioni (-0,5%) e servizi sanitari e spese per la salute (-0,2%). Sempre riferendosi alle spese per sanità i prezzi dei medicinali in un anno sono diminuiti dell’1,1%. Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+5,9%), bevande alcoliche e tabacchi (+5,3%) e trasporti (+3,4%). Una variazione tendenziale negativa si è registrata nel capitolo comunicazioni (-3%). In particolare gli apparecchi di telefonia hanno visto a marzo calare il prezzo del 13,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Gli indici definitivi – conclude l’Istat – dei prezzi al consumo di marzo saranno resi noti il 14 aprile.

Secondo Adiconsum: "Ancora una volta i dati rilevati dall’Istat restano difficili da credere dato l’aumento dei prezzi industriali (+4,9%), dell’energia (+10%) e del costo del denaro. I risultati dell’inflazione in Italia hanno del miracoloso, perché restano fermi al 2.1%. Un risultato al quale tutti vorremmo credere, ma che purtroppo è messo a dura prova dal fatto che i consumi non decollano, nonostante l’ampio ricorso all’indebitamento delle famiglie".
Per l’associazione vi sono aspetti strutturali nei criteri e nelle modalità di calcolo dell’inflazione che portano a rilevare solo in parte le dinamiche inflattive effettivamente subite dalle famiglie.

Per il Codacons la situazione in realtà è assai più grave di quanto l’Istat non voglia mostrare e per il presidente Carlo Rienzi anche senza l’influenza degli aumenti dell’energia e del petrolio il livello di inflazione reale sarebbe assai più elevato di quel 2,1% comunicato oggi, dato al quale forse l’istituto di statistica ha dimenticato di togliere una virgola.
L’unica speranza – conclude Rienzi – è che il nuovo Governo metta in campo una radicale riforma dell’Istat, attraverso una sensibile modifica del paniere e un miglioramento qualitativo e quantitativo dei metodi di rilevazione, così da arrivare ad un’inflazione più vicina alla realtà degli acquisti degli italiani.

"Ancora una volta l’agricoltura è stata determinante per il raffreddamento dell’inflazione. Anche nel mese di marzo il rallentamento è stato evidente. Sui campi si sono registrati forti cali per la quasi totalità dei prodotti: si va dal meno dal meno 28 per cento del pollame al 10,5 per cento dell’ortofrutta, dal meno 9,2 per cento del vino al meno 14 per cento dei cereali, al meno 1,5 per cento del latte e dei formaggi". A sottolinearlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori secondo la quale, in riferimento ai dati annunciati oggi dall’Istat, proprio il settore agricolo, che pur vive una profonda crisi strutturale, registra, più degli altri comparti produttivi, un andamento fortemente deflattivo. Gli agricoltori ricordano che nel corso del 2005 i prezzi agricoli alla produzione hanno avuto un calo del 4,6 per cento. La contrazione più significativa ha riguardato i prodotti delle coltivazioni (meno 6,2 per cento), all’interno dei quali si sono avuti aumenti solo lievissimi aumenti soltanto per quanto riguarda gli ortaggi, mentre cereali, frutta e agrumi hanno registrato pesanti diminuzioni. La flessione dei prodotti zootecnici è stata più contenuta, anche se nel comparto si sono avuti cali preoccupanti dei pressi all’origine del pollame (meno 9,8 per cento) e dei suini da macello (meno 7,8 per cento).

Per la Confederazione, l’apporto calmieratore del settore è divenuto ormai una costante in questi ultimi tre anni. Tuttavia, si deve rilevare che sull’agricoltura sono continuati a gravare pesanti oneri (costo del lavoro, contributi previdenziali, credito bancario, caro-gasolio) e che i consumi restano stagnanti, con evidenti cali in particolare nel comparto dell’ortofrutta. Il tutto si è tradotto, durante il 2005, in un taglio netto del 10,4 per cento dei redditi dei produttori agricoli e un calo del 2,2 per cento del valore aggiunto. Negli ultimi dieci anni nella composizione finale dei prezzi dei prodotti alimentari la quota spettante all’agricoltura è passata dal 44 al 25 per cento, mentre il margine della distribuzione e ristorazione è salito dal 35 al 51 per cento. La parte rimanente è assorbita dalla trasformazione. Per ogni euro di spesa in consumi alimentari più della metà è a vantaggio della distribuzione finale. Questa situazione evidenzia una scarsa trasparenza dei processi di formazione dei prezzi, con danno agli agricoltori e ai consumatori. Da qui la proposta lanciata dal presidente della Cia Giuseppe Politi alla IV Assemblea elettiva nazionale: la costituzione, presso l’Ismea, di un "Organismo indipendente", partecipato dalle organizzazioni di filiera, con il compito di sorveglianza e controllo dei prezzi.

Le quotazioni riconosciute agli allevatori sono crollate con percentuali variabili dal 30 per cento per i polli fino al 70 per cento per le galline, rispetto allo scorso anno, con un conseguente aumento della forbice tra prezzi alla produzione e quelli al consumo. E’ quanto afferma Coldiretti nel sottolineare che nonostante il calo dei prezzi al consumo del 7,3 per cento rilevato dall’Istat nel mese di Marzo si è verificata una debole ripresa nei consumi che restano inferiori di quasi al 30 per cento sulla base delle elaborazioni relative al primo mese del 2006 dei dati sui consumi domestici Ismea – Ac Nielsen. Sul mercato avicunicolo di Verona che è il più rappresentativo a livello nazionale le quotazioni riconosciute agli allevatori sono su livelli estremamente bassi per i polli pesanti allevati a terra (trattati a 57 centesimi la chilo), per le galline 9 centesimi, per i tacchini pesanti (73 centesimi al chilo) e per le faraone tradizionali (1,78 euro al chilo).

Il recente annuncio da parte della Commissione Europea della possibilità di interventi a sostegno del settore sulla base di quanto è stato fatto per la crisi mucca pazza (BSE) rappresenta – sottolineano i coltivatori – una presa di coscienza della situazione di crisi straordinaria del settore. Si tratta di un riconoscimento implicito della strada già imboccata dall’Italia con il varo del piano salva pollo Made in Italy che dopo essere stato approvato dal Parlamento deve essere trasferito al più presto alle imprese che – conclude l’associazione – sono state travolte da una crisi che è già costata oltre mezzo miliardo di euro e della quale non hanno alcuna responsabilità.

 

 

Comments are closed.