INFLUENZA AVIARIA. Dubbi e paure: Intervista al Prof. Giovanni Rezza (ISS)

Professore, in cosa consiste l’influenza aviaria?

L’influenza aviaria può essere causata da una serie di virus che circolano fra i volatili selvatici (es. anatre), e che in genere non causano grave patologia in questi uccelli, che ne rappresentano il serbatoio naturale. Quando alcuni di questi virus vengono trasmessi ai volatili domestici (es. i polli), mutano le loro principali caratteristiche e diventano particolarmente aggressivi.

Esistono pericoli per chi consuma carne avicola? Come avviene il contagio?

Da noi non esiste per ora alcun pericolo e possiamo tranquillamente mangiare carne di pollo, tanto più che l’intero nostro fabbisogno è coperto da polli nostrani. Nelle zone in cui il virus ha iniziato a circolare fra i volatili domestici (es. il sud-est asiatico), sono avvenuti sporadici casi di passaggio dell’infezione all’uomo. Nella stragrande maggioranza dei casi il contagio è avvenuto a seguito di un contatto diretto con l’animale malato o con le sue deiezioni.

Professore, quali sono i sintomi manifestati dagli individui colpiti dal virus dell’influenza aviaria e come si fa a distinguerli da quelli dell’influenza "invernale"?

I sintomi sono quelli di un’influenza particolarmente grave, con febbre elevata e difficoltà respiratorie. Molto rapidamente, infatti, compare una polmonite dovuta al diretto attacco del virus (non si tratta di una complicanza batterica e perciò non è trattabile coi normali antibiotici.

Possono inoltre esser presenti sintomi a carico dell’apparato grastroenterico, primo fra tutti la diarrea. Naturalmente, ciascuno di questi sintomi si può confondere con quelli di altre banali malattie infettive e, a parte la gravità, solo la accertata presenza di una epidemia permette di porre l’ipotesi diagnostica di influenza di origine aviaria. Da noi, pertanto, al momento attuale tale diagnosi non va considerata, non essendo attualmente presente l’infezione fra i volatili domestici.

"Ci sono tutte le condizioni per lo scoppio di una pandemia, è solo una questione di tempo". Lo ha affermato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Jong-wook Lee, durante una riunione annuale dell’istituto. Quali, secondo lei, le probabilità che il virus approdi in Europa?

Occorre innanzitutto distinguere la situazione attuale, caratterizzata dalla presenza di pochi casi sporadici trasmessi dall’animale all’uomo in Asia orientale, dal rischio potenziale di una pandemia. Per verificarsi, il virus dovrebbe iniziare a passare efficientemente da uomo a uomo, cosa finora avvenuta solo una volta. C’è quindi bisogno che si verifichi una importante mutazione per far sì che il virus si adatti all’uomo e cominci a trasmettersi con una certa facilità. Finchè ciò non avverrà, non si verificherà una pandemia. Certo, L’OMS sottolinea che nel secolo scorso si sono verificate 3 grandi pandemie influenzali (Spagnola nel 1918, Asiatica nel 1957, e Hong Kong nel 1968), per cui è inevitabile che prima o poi succeda anche in questo secolo.

Naturalmente, però, non sappiamo se questa sarà proprio dovuta ad una ricombinazione del virus aviario H5N1 con un virus umano, né quando avverrà, nè quanto potrà essere aggressiva. Per quanto riguarda l’Europa, uccelli migratori infetti potrebbero sorvolarla e contagiare volatili domestici. In questo caso, è probabile che la buona capacità di identificare eventuali casi e controllare la circolazione del virus da parte dei nostri sistemi di medicina veterinaria potrebbe con successo arginare i focolai epidemici. Il pericolo vero, lo ripeto, consiste in un adattamento del virus all’uomo e nel presumibile scoppio di un’epidemia da trasmissione inter-umana a partire dall’estremo oriente.

Sui giornali dei giorni scorsi si sono lette le seguenti frasi: "Il virus dei polli colpirà 16 milioni di italiani. Le previsioni: 150 mila vittime". Si tratta di allarmismi eccessivi o di rischi reali?

Si tratta di previsioni basate su particolari "scenari" che, per definizione, potrebbero anche non avverarsi. E’ ipotizzabile un elevato numero di casi di malattia, ma non possiamo prevedere quanto questa sarà "letale", quanto sarà clinicamente aggressiva.

Uno stanziamento di 5,5 milioni di euro, 35 milioni di dosi di vaccino, potenziamento dei Nas e dei servizi sanitari. Sono alcune delle misure del decreto legge di prevenzione e contrasto all’influenza aviaria del ministro Storace. Crede che l’Italia sia preparata al contrasto dell’emergenza?

Credo innanzitutto che la sanità pubblica veterinaria, in Italia, sia molto buona, e che sia in grado di contrastare un’eventuale diffusione dell’infezione negli animali domestici. Per quanto riguarda un’eventuale epidemia umana, è sicuramente necessario prenotare molte dosi di vaccino, anche se sappiamo che la produzione e diffusione di un vaccino specifico per il virus che sosterrà l’epidemia necessita di alcuni mesi di tempo. Durante quell’intervallo, occorrerà esser pronti a reagire anche con armi diverse.

In particolare, quali le misure di prevenzione e quali quelle di contrasto?

I farmaci antivirali rappresentano un’eventuale alternativa nell’intervallo di tempo compreso fra la comparsa dell’epidemia e la disponibilità del vaccino. Eventuali misure quarantenarie sarebbero efficaci solo laddove si verificassero focolai primari, e questo avverrà probabilmente in estremo oriente. Inoltre, le prime dosi di vaccino dovrebbero essere destinate ad operatori sanitari, popolazioni residenti nelle aree colpite per prime, e forse anche alle scuole. Ma stiamo parlando del peggiore degli scenari possibili.

Il Ministro Storace ha invitato "tutti i cittadini a fare il vaccino" contro la comune influenza definendolo "un’importante corazza" in previsione dell’influenza aviaria. Ritiene che possa essere un efficace strumento di prevenzione?

E’ importante che, soprattutto le persone a rischio, si vaccinino, come ogni anno, per l’influenza comune. Nelle aree in cui circola il virus aviario, la vaccinazione ha anche un importante significato di sanità pubblica, in quanto potrebbe evitare la coinfezione fra virus umano e aviario, e pertanto ridurre il rischio di ricombinazioni che potrebbero causare un adattamento del virus aviario all’uomo. Naturalmente, nel caso di un’influenza pandemica sostenuta da un virus "nuovo" occorrerà avere a disposizione un vaccino specifico per prevenirla.

A cura di Silvia Biasotto

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