Il giornalismo dalla stampa a google

Il giornalismo cambia spinto dalle possibilità offerte dalla Rete e cambia l’inchiesta, posta davanti alle sfide dei contributi che arrivano dal basso, delle contaminazioni, da problemi organizzativi e di costo che la rendono un genere complesso e, nel panorama informativo italiano, dalla vita difficile. Il Forum PA in corso a Roma si interroga sul giornalismo partecipativo, sull’impatto dei nuovi media e sulle oggettive difficoltà dell’inchiesta in Italia a partire da una serie di elementi che hanno cambiato e stanno ancora cambiando il "fare informazione": la pervasività della rete, l’abbondanza dei contenuti disponibili, il cambiamento del ruolo del giornalista, la crisi industriale della macchina-giornale, le difficoltà dell’inchiesta come genere sempre più difficilmente veicolato dai media tradizionali. Sono gli elementi della discussione sui quali si sofferma Michele Mezza, vicedirettore di Rai International, nell’incontro odierno sul "Giornalismo partecipativo e nuovi media". Con lui un parterre di giornalisti: Paolo Mondani, Sergio Nazzaro, Federico Ferrazza.

Afferma Mezza: "Credo che Internet sia la bandiera e l’elemento rivelatoredi un processo di ‘disintermediazione’. Gli individui si stanno mettendo in proprio e questo accade in vari campi. La comunicazione è forse il campo più avanzato". Sullo sfondo non sembrano spiccare dalla storia del giornalismo italiano grandi glorie. "Penso che nel giornalismo italiano non ci sia mai stata un’età dell’oro. Usciamo da una cultura giornalistica in cui nei momenti migliori i TG producevano il 7% delle notizie che andavano in onda e i quotidiani erano fonte diretta dell’11% delle notizie che pubblicavano. Oggi i media tradizionali sono ‘allagati’ da una moltiplicazione delle fonti primarie". Dunque, sintetizza Mezza, "stiamo passando dal secolo del New York Times al secolo di google". L’Italia non conta una grande tradizione di inchiesta. E oggi questo genere giornalistico si scontra con fattori che tendono a ostacolarlo. "L’inchiesta – sottolinea il vicedirettore di Rai International – è un genere estremamente costoso e complicato da gestire organizzativamente. Implica una struttura industriale della stampa". Tutto questo in un contesto in cui, come dimostra la chiusura di numerosissimi giornali negli Stati Uniti, è in crisi il modello industriale di produzione dei quotidiani. L’inchiesta sembra dunque scindersi dal giornalismo, come dimostra il caso "Gomorra" che si è affermato nel mercato dell’editoria.

"Nel dna del giornalismo italiano – sottolinea Paolo Mondani, giornalista di Report – mi pare ci sia un conformismo straordinario. È complicato scavare sotto la realtà". In ballo ci sono i problemi e le distorsioni della stessa professione giornalistica, come evidenza Sergio Nazzaro (autore per Fazi di "Io per fortuna c’ho la camorra"), che cita le modalità di ingresso nelle redazioni ("si entra per raccomandazione, non ci sono concorsi"), si sofferma sulla possibilità di garantirsi il tesserino da professionista pagando università private, e ricorda il caso di Pino Maniaci, direttore di Telejato, che vive sotto scorta perché fa un telegiornale che combatte la mafia, cui l’Ordine dei giornalisti ha contestato l’esercizio abusivo della professione. "L’inchiesta adesso si paga attraverso gli editori-librai, perché con i giornali c’è da togliersi la speranza che esca qualcosa". I telegiornali, dal canto loro, escludono gran parte delle regioni italiane perché fatti e girati a Roma. E sulla libertà di stampa? Commenta Nazzaro: "L’Italia è il paese più sovraesposto, tutti criticano tutti ma non c’è conseguenza". E allora in questo contesto gioca un ruolo la rete partecipativa che "permette alla gente di diventare giornalisti e far giungere all’attenzione le notizie di Acitrezza o di un piccolo paese del Molise. Il giornalismo partecipativo permette a tante fonti, dietro pseudonimo, di scrivere quello che accade dietro le quinte. Credo che in Italia ci sia tanta gente che ha voglia di fare inchiesta e di dire che il re è nudo".

La fine della carta?: questo l’interrogativo dal quale parte invece Federico Ferrazza, collaboratore de L’Espresso, Il Sole 24 ore e Wired, per il quale "i veri problemi sono la qualità e gli investimenti". Non nasconde le lacune del giornalismo per il quale "il problema dei giornalisti è che sono seduti: ecco che abbiamo i giornali uguali". Sull’altro versante, i giornali che hanno avuto successo negli ultimi anni, ricorda Ferrazza, sono il quotidiano Libero e il settimanale Internazionale, perché "non hanno seguito Internet, hanno deciso di scegliere e di dare una linea certa". Soluzioni? La carta per il momento non sparirà: "La carta stampata avrà un ruolo – sottolinea Ferrazza – se saprà fare da filtro, dare un punto di vista, essere un giornale ricco di opinioni e di inchieste".

L’incontro ha rappresentato l’occasione anche per premiare i lavori vincitori della prima edizione del premio "Inchiesta PA", organizzato dal forum e riservato ai giovani fino a 30 anni. Per la categoria "articolo", i vincitori sono Gianluca Ricupati con "Mafia e appalti pubblici, soci per legge", Giulia De Luca per "L’incubo di un giorno in Pretura" e Roberto Dupplicato per "Quanto vale la salute dei detenuti". Nella categoria "video" sono stati premiati "Liberi Tutti" di Matteo Fallica, "La sperimentazione delle emoticon" di Filippo Bellantoni e "Fuori dal tempo in un click" di Denyse Pantaleo, Francesca Di Pirro, Stefania Rosato e Valentina Franci.

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