Immigrati, Cittadinanzattiva: diritti precari

Sono parte attiva della società italiana, fanno aumentare l’occupazione, aprono imprese, alimentano un "welfare alternativo" che sostiene le famiglie italiane. Ma sono anche in condizione di "precarietà dei diritti" laddove si incontrano e si scontrano con i ritardi della burocrazia nell’accesso al servizio sanitario, alla giustizia, alla pubblica amministrazione. Sono i migranti in Italia, verso i quali è necessario "abbattere i luoghi comuni che spesso accompagnano gli immigrati per considerarli parte attiva della nostra società, elevando il fenomeno stesso dell’immigrazione a ‘bene comune’". È il principale messaggio lanciato oggi a Roma, dove si è svolto il convegno internazionale "I nuovi cittadini. Dai luoghi comuni ai beni comuni: l’immigrazione tra diritti, responsabilità e partecipazione", promosso da Cittadinanzattiva e Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.

Fra le criticità che diventano diritti negati ci sono i lunghissimi tempi di attesa per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno, frutto spesso di disorganizzazione degli uffici e della complessità della macchina burocratica, con la conseguente lesione di diritti fondamentali come quello di circolare, di lavorare e di studiare. Per questo Cittadinanzattiva, " sulla base delle numerose segnalazioni ricevute, ha promosso un’azione collettiva contro la PA, nell’interesse dei cittadini immigrati che subiscono questi pesantissimi disservizi".

"Il rilascio dei permessi di soggiorno", afferma Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva, si pone "come paradigma di un’Italia fatta di standard di qualità non rispettati e paradossi diffusi: nonostante la legge prescriva in relativi pochi giorni il tempo massimo per la conclusione dei procedimenti di rilascio, rinnovo e conversione dei permessi di soggiorno, spesso la risposta arriva dopo più di un anno con il risultato che il permesso, al momento della consegna, risulta già scaduto".

Le storie raccolte dall’associazione comprendono una vasta gamma, per così dire, di "precarietà dei diritti" e situazioni di palese difficoltà: c’è la violazione dei termini da parte delle questure per il rilascio, il rinnovo e la conversione del permesso di soggiorno e c’è l’attesa fino a tre anni per il riconoscimento o l’acquisto della cittadinanza italiana. Ci sono le disparità di trattamento rispetto agli italiani sul versante sanità, per le prestazioni sanitarie e per la continuità della cura, e sono stati denunciati atteggiamenti discriminatori a danno di stranieri inabili da parte delle commissioni mediche, e interpretazioni erronee della normativa in materia di riconoscimento della invalidità civile.

Sul versante giustizia non va meglio: si segnalano provvedimenti di espulsione affetti da palesi vizi di illegittimità, come la mancata traduzione nella lingua dell’interessato, la difficoltà di accesso al patrocinio a spese dello Stato, il negato accesso al patrocinio gratuito a svantaggio dei richiedenti asilo.

Commenta Petrangolini: "Le quotidiane difficoltà che denunciano gli stranieri sono spesso una diretta conseguenza di politiche di accoglienza e di governo dei flussi migratori non più al passo con i tempi. Per questo abbiamo ritenuto utile, da un lato, sostenere un confronto con la realtà statunitense, e dall’altro ricercare esempi positivi di modelli di integrazione presenti nel nostro stesso tessuto sociale, a dimostrazione di come sia possibile un’alternativa alla politica reclusiva dei Centri di Identificazione ed Espulsione".

Durante il convegno è stata inoltre presentata da Fondaca, Fondazione per la cittadinanza attiva, un’indagine in tema di integrazione degli immigrati di prima e/o seconda generazione nelle organizzazioni di cittadini operanti in Italia. La ricerca è stata fatta su 31 organizzazioni della società civile iscritte nel registro del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e impegnate principalmente sul versante dell’immigrazione, e altre 90 organizzazioni che svolgono attività non focalizzate sul tema dell’immigrazione. Ebbene: nelle organizzazioni "generiche", la presenza degli immigrati si attesta al 26%, anche se nella maggioranza dei casi (più del 70%) il loro numero non supera il 5% del totale degli affiliati; solo 8 organizzazioni dichiarano di coinvolgere gli immigrati in ruoli di leadership. Nelle organizzazioni che si occupano di immigrazione, invece, la presenza degli immigrati sale al 90%. In media, ci sono più di 8 immigrati per organizzazione e c’è un rapporto di 4 a 1 tra donne e uomini. Inoltre, gli immigrati che svolgono mansioni retribuite (principalmente di mediazione culturale e orientamento, oltre ad attività legati a progetti specifici) sono il triplo dei volontari.

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