LAVORO. Anmil: Italia numero uno in Europa per morti bianche

E’ tutto italiano il primato delle vittime sul lavoro in Europa. Mentre infatti nell’Unione gli infortuni mortali sono diminuiti del 29,41% in dieci anni, nel nostro Paese sono calati solo del 25,49%, un dato non esaltante rispetto a quello di paesi come Germania (-48,30%) o Spagna (-33,64%). Lo rivela il 2° Rapporto dell’Anmil sulla tutela delle vittime del lavoro: "Effetto perverso profondamente innervato nel modo di produzione".

Seppur in calo rispetto agli scorsi anni, rimane dunque sempre troppo alto il numero delle morti bianche: 1000 ogni anno ( un milione sono gli incidenti di lavoro). In Germania nel 1995 le vittime era superiore di oltre duecento unità a quelle italiane. Oggi sono scese a 804 unità. Questi numeri, dicono dall’Amnil, mostrano come non si tratti di un fenomeno occasionale e relegato a situazioni straordinarie ma piuttosto "un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione".

"Quando ogni 7 ore muore un lavoratore – ha continuato l’Anmil– non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito".

Non va meglio, secondo il Rapporto, la situazione della tutela delle vittime. La riforma realizzata con il Decreto legislativo 38/2000 – con il quale è stata introdotta in via sperimentale la copertura del danno biologico, salutata come un intervento che si annunciava migliorativo per la definizione delle rendite – nella sua applicazione concreta ha comportato un netto ridimensionamento del livello delle prestazioni in rendita se non addirittura la trasformazione dell’indennizzo da rendita, a capitale liquidato una tantum.

Se un lavoratore infortunato che perde un piede ha una moglie e un figlio a carico e una retribuzione media, si ritrova oggi a percepire dall’Inail il 13,39% di rendita in meno (ovvero 963 euro l’anno) rispetto a quanto previsto del egime precedente al Decreto 38/2000. La perdita in termini di risarcimento in sede civile sarebbe pari a circa 45 mila euro.

"Di fatto la nuova legge – ha detto l’Anmil – non ha tutelato il lavoratore: ha tolto buona parte sia del risarcimento che dell’indennizzo dovuto. Come si può agevolmente dimostrare (e la matematica è una scienza, non un’opinione), chi si è infortunato dopo il 25 luglio 2000 è molto meno tutelato di prima, anche se qualcuno dice che adesso l’INAIL paga anche il danno biologico".

La rinnovata consapevolezza della gravità del fenomeno, cresciuta anche in ragione dei numerosi interventi del Presidente della Repubblica sul tema, sembra non essere riuscita a produrre ancora una significativa inversione di tendenza. "A cinque mesi dall’entrata in vigore della legge 123/07, che ha stabilito nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro – hanno affermato gli autori del rapporto – i coordinamenti provinciali delle attività ispettive stanno appena muovendo i primi passi mentre il personale impegnato nella prevenzione infortuni, se dovesse controllare tutte le aziende, ci impiegherebbe 23 anni".

Tra i rimedi necessari indicati dall’Anmil ci sono un maggiore investimento sulle attività di prevenzione e controllo, l’introduzione di sanzioni adeguate alla gravità ed alle conseguenze dei comportamenti, l’organizzazione di un apparato amministrativo e giudiziario che assicuri l’applicazione certa e rapida delle sanzioni e la promozinoe di iniziative informative, formative e culturali che sviluppino nel medio-lungo periodo una maggiore attenzione alla prevenzione.

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