LAVORO. Il merito conta poco, le relazioni sono determinanti. Indagine Censis

Secondo il 61% degli italiani per arrivare a posizioni di potere nella nostra società i requisiti necessari sono indipendenti dalle qualità individuali, in quanto dipende dalle "risorse economiche" di cui si può disporre (30,1%), le "relazioni politiche" (23%), le "relazioni personali" (8%). Il 39% degli intervistati indica, invece, caratteri di tipo meritocratico, come "la preparazione e le competenze professionali" (30,3%) e "la grinta e la determinazione" (8,6%).
Secondo una recente indagine del Censis dal titolo "Oligarchie e ceti deboli" presentata oggi prevalgono pertanto i requisiti personali attribuibili a caratteristiche di ceto piuttosto che quelli vincenti in logiche tradizionali di mobilità sociale.

Chi detiene maggior potere oggi in Italia? L’indagine fa emergere anche il modo con cui gli italiani si rappresentano l’attuale distribuzione dei poteri, nonché dei relativi requisiti e meccanismi di accesso. Le due categorie tradizionalmente identificate come gruppi del potere di vertice, e cioè le élite economico-finanziarie (38,7%) e le èlite partitiche (35%), prevalgono nella graduatoria, ma entrambe vengono indicate da meno del 40% degli intervistati.
Al di sotto di questa coppia si collocano i due blocchi di potere costituiti dai mezzi di informazione, ossia i giornalisti che li governano (25,8%) e dai magistrati (17,6%) (questi ultimi raccolgono una quota di risposte pari a quella dei "parlamentari e membri dei governi locali eletti dai cittadini").

Le figure "istituzionali", come i membri delle assemblee elettive nazionali e locali (17,6%), e i vertici burocratici (11,3%), vengono indicate da quote minori di intervistati; mentre i dirigenti sindacali e associativi sono considerati tra i principali detentori del potere solo da meno del 5% degli italiani, la stessa quota si rileva per i rappresentanti dei "poteri occulti".
Chiudono la classifica i tecnici e i grandi esperti, categoria reputata detentrice di potere solo da un trascurabile 2% della popolazione, a testimonianza di una percezione diffusa del carattere tutt’altro che meritocratico della mobilità verticale negli assetti di potere.

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