LIBERALIZZAZIONI. Roland Berger: “La deregulation è una scelta che conviene a tutti”

C’è ancora molto da fare per realizzare la liberalizzazione dei mercati in Italia, ma anche dove qualcosa è stato fatto, i consumatori e le imprese non ne hanno approfittato. Questa la conclusione dello studio presentato ieri a Roma dall’Amministratore delegato di Roland Berger Strategy Consultant Italia, Roberto Crapelli.

La capacità di competere del sistema Italia è in calo. L’Italia risulta il quinto mercato più regolamentato al mondo dopo Ungheria, Messico, Turchia e Polonia. Mentre i livelli più bassi si registrano in Australia, Regno Unito, Islanda e Stati Uniti. Secondo gli economisti dell’OCSE questa bassa competitività è il risultato degli ostacoli alla concorrenza causati dall’eccessivo ruolo pubblico nell’economia ed in misura minore dalle barriere all’imprenditorialità.
Analizzando la situazione italiana in dettaglio emerge un quadro quanto mai incerto. I benefici della liberalizzazione nell’energia – spiega il rapporto – ad esempio oggi sono stati conseguiti solo dai grandi clienti, nelle acque ad un aumento delle tariffe non è corrisposto un aumento dell’efficienza di sistema o di soddisfazione degli utenti. Pur in presenza di un quadro legale completo la concorrenza nei trasporti ferroviari è limitata ed esclusiva del settore merci, nel trasporto aereo invece i benefici della concorrenza tra vettori sono ridotti dalle rendite monopolistiche degli aeroporti. Il confronto con l’Europa, viceversa, è positivo per il mercato del lavoro e per le telecomunicazioni, dove la riduzione delle tariffe è anche il risultato della vigorosa concorrenza tra attori.

Il credito e la distribuzione appaiono invece ancora lontani dagli standard europei di concorrenza, mentre ancora oggi nelle professioni l’Italia è penultima dopo la Grecia. Per quanto riguarda le infrastrutture, anche nei settori aperti alla iniziativa privata, come i terminali di rigassificazione del gas, l’aumento dell’offerta «trova ostacoli in incertezze nel processo autorizzativo di realizzazione di investimenti». Mentre sulla formazione, «l’infrastruttura più difficile da misurare ma più critica per lo sviluppo delle imprese, il capitale umano», l’Italia ha una offerta e una domanda limitata ed è ampiamente in deficit rispetto a tutti i Paesi Ocse.

Il futuro dell’economia italiana richiede risposte urgenti – conclude Crapelli – ed è chiaro che la definizione delle soluzioni investe tutti i livelli del sistema Italia: governo, Camere, imprenditori, sindacati e« investitori istituzionali». Il gioco però vale senz’altro la candela: è stato calcolato che una spinta liberalizzatrice, favorendo la concorrenza, potrebbe introdurre un aumento del PIL fino al 3,5%. E sono proprio i settori delle telecomunicazioni e dell’energia in Gran Bretagna, Italia e Germania – i paesi per primi a liberalizzare queste infrastrutture – ad aver conseguito i maggiori incrementi di produttività.

Disponibilità ad un’intesa bipartisan nel settore delle liberalizzazioni è stata espressa da Bruno Tabacci, membro della Commissione bilancio, tesoro e programmazione della Camera dei Deputati: quello bipartisan – secondo Tabacci – dovrebbe essere il terreno naturale sul quale attivare convergenze di buon senso. Il problema però – conclude il deputato – è abbandonare l’impostazione culturale che vede l’interesse particolare prevalere su quello generale.

 

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