“La ricetta della Posta contro l’inflazione” di Beppe Scienza

Piatti della cucina tradizionale rivisitati per soddisfare i nuovi gusti del pubblico. Ecco come si potrebbero definire i nuovi Buoni Fruttiferi indicizzati delle Poste Italiane agganciati ai prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati. Da marzo viene emessa la serie I2, leggermente migliore della I1, a tagli di 250 €. Si tratta di un buona ricetta, in mezzo ad altre discutibili. Lasciamo infatti correre che alcuni uffici postali assomigliano ormai a supermercati con scaffali colmi di giocattoli, libri, cosmetici ecc. La cosa deprecabile è la gamma degli investimenti proposti ai risparmiatori: le Poste sono diventate un bazar che vende fondi comuni, previdenza integrativa e titoli strutturati. Prodotti uguali a quelli delle banche e ugualmente da evitare.

Si salvano invece i Buoni Fruttiferi, istituiti col Regio Decreto 26-12-1924 n. 2106. Oltre che prudenziali, sono stati nei lustri passati anche un impiego molto redditizio, a dispetto della loro brutta fama. Basti dire che negli ultimi vent’anni hanno reso in genere molto più del risparmio gestito (fondi comuni, gestioni ecc.).

Sono una specie di zero coupon bond ante litteram, perché maturano interessi capitalizzati ogni anno e a tassi crescenti. In più garantiscono sempre il rimborso senza oscillazioni del prezzo. Si pensi che dal 1969 anche la Germania emette titoli simili, ovvero i Bundesschatzbriefe, ma finché ha potuto (inizio 1996) li riservava ai tedeschi.
Il capitale dei nuovi Buoni si rivaluta costantemente quanto l’inflazione; fruttano inoltre interessi annui dello 0,15% lordo per quattro anni, poi dello 0,50% per cinque anni e dell’1,4% il decimo anno. Il rendimento reale a scadenza, ovvero depurato dalla perdita del potere d’acquisto, è quindi mediamene lo 0,45%. Con l’inflazione al 2% ciò si traduce in un 2,5% nominale l’anno.

Poste avare? Di primo acchito non sono tassi allettanti, inferiori a quelli dei titoli reali del Tesoro italiano o francese. Ai corsi attuali i Btpi 2014 rendono a scadenza l’1,4% reale e le francesi Oatei 2015 l’1,3%, sempre al lordo d’imposta. Ma a fronte di tale divario di rendimento c’è la garanzia del rimborso dei Buoni Postali in ogni momento alla pari, comprensivo dopo 18 mesi anche di interessi e rivalutazioni accumulati. Ciò significa per esempio che, se l’inflazione crolla, uno può riscattarli; se invece s’impenna, uno se li terrà ben stretti.
Un discorso analogo si potrebbe fare per i Buoni postali ordinari che hanno rendimenti nettamente minori di quelli dei Btp. In quanto poi ai pericoli d’insolvenza non merita neppure badare al loro rating. Emessi dalla Cassa di Depositi e Prestiti e garantiti dallo Stato il rischio di crac è nullo.

Inflazione italiana. Ulteriore pregio di questi Buoni è l’aggancio non ai prezzi europei come per i titoli del Tesoro (Btpi), bensì a quelli italiani, che sono quelli che contano per chi vive e spende in Italia. L’unico titolo con garanzie dello stato e la stessa indicizzazione sono le Infrastrutture 2,25% 2019 (codice IT0003621452), non quotato ma liberamente acquistabile dai privati contrariamente a quanto raccontano agli sportelli. Il problema è che le banche italiane vogliono piazzare loro titoli più scadenti e così praticano un massiccio ostruzionismo nei confronti persino degli stessi Btpi e Oatei, ufficialmente quotati e comunque molto sicuri. Vediamo se ora istituiranno picchetti davanti agli uffici postali per impedire la sottoscrizione dei Buoni Fruttiferi indicizzati all’inflazione.

Per consultare la tabella "Le poste e il Tesoro a confronto" clicca qui.

 

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