La salute non è più un bene di tutti

La salute è un diritto di tutti e non può essere trattato come un bene di mercato. Purtroppo la logica neoliberista ha spostato sempre di più l’approccio alla salute dal primary health care ad un approccio mercantilistico soggetto ad interessi individualistici e alle dinamiche economiche. E’ questo l’aspetto fondamentale che mette in luce il Terzo Rapporto dell’Osservatorio italiano sulla Salute Globale, presentato oggi a Roma presso la sede dell’Unicef. "Salute globale e aiuti allo sviluppo. Diritti, ideologie e inganni", è questo il titolo del volume, che è un testo di denuncia, ma insieme propositivo, soprattutto per l’Italia che ha appena assunto la Presidenza del G8.

"La salute non ha frontiere, visto che le malattie non ne hanno ed è questo concetto che stiamo cercando di introdurre anche nella formazione dei medici – ha detto Enrico Materia, uno degli autori del libro – Per ridurre le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri bisogna ripensare gli aiuti allo sviluppo, ma tutto ciò richiede un approccio sui diritti, lasciando da parte le ideologie che in eccesso sono pericolose per uno sviluppo in termini di uguaglianza e svelando l’inganno dell’informazione e di tutto quello che nasconde le vere cause, contribuendo ad accrescere le differenze".

Il Rapporto, essendo un esercizio collettivo di 42 autori, tutti provenienti da ambiti disciplinari diversi, presenta un quadro della sanità di ampio respiro. Nella prima parte del volume viene percorsa l’evoluzione delle politiche globali della sanità, a partire dalla Conferenza di Alma Ata del 1978, in cui tutti i Governi del mondo sottoscrissero una solenne dichiarazione, impegnandosi per l’obiettivo "Salute per tutti entri il 2000" e riconoscendo nella soddisfazione prioritaria dei bisogni di base la strategia per raggiungerlo.

"Erano gli anni della Guerra Fredda e dell’etica della responsabilità insieme alla fiducia che i cittadini riponevano nella Stato – ha aggiunto Materia – ma nel corso degli anni ’80 le cose non sono andate come dovevano: la leadership della sanità è passata dall’Organizzazione Mondiale della Salute alla Banca Mondiale e nell’arena sono scesi molti partenariati pubblici-privati che hanno determinato la proliferazione di iniziative mirate alle singole malattie che hanno poi contribuito a frammentare gli aiuti rendendoli meno efficaci". Un dato su tutti è rappresentativo di questa frammentazione: sono stati censiti oltre 53mila enti che si occupano di cooperazione nel mondo.

Gli obiettivi prioritari ad oggi sono dunque un’armonizzazione degli aiuti allo sviluppo e il rafforzamento dei sistemi sanitari locali, che spesso non riescono a reggere le ondate di malattie. L’OMS stima che ogni anno cadono in povertà 100 milioni di persone a causa delle spese sanitarie che devono sostenere.

"Credo che si possano stabilire due periodi di tempo distinti – ha spiegato Giovanni Berlinguer eurodeputato del Partito Socialista Europeo, intervenendo alla presentazione del Rapporto – il primo periodo è proprio quello che va dalla Prima Guerra Mondiale ad Alma Ata e il secondo è quello successivo che ha lasciato spazio, invece, ad una tendenza assolutamente opposta, che ha cambiato radicalmente le impostazioni, rendendo la politica della salute un aspetto dell’economia, che serve dunque ad accumulare soldi. Questa deriva è durata fino alla fine del secolo scorso quando è nato un movimento globale verso una nuova equità, da cui sono stati generati gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Purtroppo – ha concluso Berlinguer – l’ondata del pensiero neoliberista ha spinto gran parte dei paesi a sostituire l’universalità delle cure con i servizi privati".

Qual è quindi il ruolo delle industrie farmaceutiche nel fornire a tutti un bene pubblico quale è il farmaco? La risposta a questa domanda sta nella battaglia che molti soggetti sociali stanno facendo per un accesso ai farmaci globale, contro i diritti di proprietà intellettuale di alcuni farmaci salvavita.

Nicoletta Dentico, altra autrice del Rapporto, ha portato l’esempio dell’influenza aviaria, su cui si è già scatenata una lotta per debellare una pandemia che ancora non c’è. "In molti casi chi dà il virus per produrre i vaccini sono i Paesi poveri che poi si ritrovano con un vaccino brevettato e dunque devono pagare per avere un prodotto cui hanno contribuito – ha detto Dentico.

Qual è allora il ruolo del settore privato nella gestione della salute? "Il privato è sempre più forte nella definizione delle politiche dei Paesi in via di sviluppo. Ci siamo spostati dall’etica collettiva della responsabilità ad una morale individualistica come quella degli attori che danno contributi finanziari soltanto per un ritorno sulla loro immagine. Insomma – ha concluso Dentico – il mercato non dovrebbe essere una determinante di valore nella salute, purtroppo non è così. Rivendichiamo una piattaforma politica della salute anche per quei 33 milioni di rifugiati, la metà dei quali non ha accesso ai servizi sanitari".

di Antonella Giordano

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