Liberalizzazioni, HC intervista Catricalà

E’ in libreria dal 15 ottobre scorso il libro del Presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, dal titolo "Zavorre d’Italia", edito da Rubettino Editore. Il testo offre un rapido affresco della legislazione italiana, nazionale e regionale, in grado di soffocare la concorrenza in Italia. Help Consumatori ha approfondito l’argomento con il Presidente.

Quanto sono nocivi alla concorrenza i vincoli all’attività delle farmacie (ore massime di lavoro, giorni di chiusura obbligatoria, etc)?
Intanto sono limiti sicuramente nocivi per l’utenza. Nel libro ammetto la mia debolezza: non sopporto girare per la città alla ricerca dei medicinali! E’ ingiusto – soprattutto se pensiamo agli anziani, a chi ha bambini piccoli, alle categorie più deboli – costringere i cittadini a impiegare tempo e benzina magari per avere un farmaco salvavita. Irrigidire orari, turni e aperture significa inoltre tagliare fuori tanti giovani dal mondo del lavoro: con le parafarmacie la disoccupazioni dei laureati in farmacia si è quasi azzerata ma altri laureati sono in arrivo. Occorre abbandonare l’idea che proteggendo il proprio orticello si protegga anche il proprio futuro: in realtà c’è spazio per tutti, pensando anche a servizi differenziati, aggiuntivi alla semplice vendita del farmaco

Riattivare la mobilità sociale aiuta a realizzare una compiuta democrazia economica nel nostro Paese? Perché? Come si riattiva?
I dati ci dicono che lo stato sociale dei genitori influisce in modo determinante, molto più che in passato, sul futuro professionale dei figli. Quando le professioni si chiudono a riccio, pretendendo anni di tirocinio gratuito per potere accedere all’esame di stato, colpiscono i più deboli, quelli che non possono permettersi di lavorare senza avere una retribuzione, seppur minima. Negli anni ’60 il sistema sociale era più aperto, permetteva ai giovani che avevano grinta e talento di arrivare più in alto. Ora purtroppo la grinta non basta. Va da sé che la cristallizzazione delle classi sociali rappresenta la negazione di una compiuta democrazia economica. Per infrangerla occorre che le professioni, i servizi, si aprano alla concorrenza, rinunciando alla protezione delle tariffe minime, a riserve di attività sempre più estese.

Cosa intende per servizi professionali rispettosi delle regole di mercato?
Intendo servizi che rinuncino a vincoli, protezioni, prerogative: nel libro vado oltre le ‘caste’ di cui si parla tutti i giorni. Non ci sono solo le professioni liberali che difendono lo status quo: pochi sanno che anche fare il pittore di piazza a Venezia è prerogativa garantita ai residenti in base all’anzianità di residenza o che un esperto di tombe etrusche può esercitare a Cerveteri in provincia di Roma ma non a Tarquinia in provincia di Viterbo, perché gli elenchi delle guide turistiche sono su base provinciale. In Sicilia è difficile aprire un negozio di ottica e in Veneto una pizzeria.

Come si può favorire l’accesso alla professione dei giovani laureati?
Ho proposto più volte l’idea della laurea abilitante: allunghiamo anche di un anno la durata degli studi ma facciamo svolgere contemporaneamente il tirocinio ai nostri ragazzi, mettiamoli da subito in contatto con il mondo del lavoro. L’ideale sarebbe superare lo stesso giorno l’esame di Laurea e l’esame di abilitazione!

Qual è la "ricetta" per accrescere la cultura del mercato nel nostro Paese?
Occorre che la classe dirigente, pubblica e privata, faccia un salto di qualità. Purtroppo l’Italia ha conosciuto in ritardo le regole del libero mercato: anche l’istituzione di un’Autorità Antitrust, decisa venti anni fa, è arrivata in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Bisogna recuperare questo ritardo storico. Noi stiamo scommettendo sui giovani: da due anni andiamo nelle scuole a spiegare quanto sia importante la concorrenza, e come sia necessario non temerla perché ci sono arbitri indipendenti pronti a fare valere le regole. Anche il libro ‘Zavorre d’Italia’ volutamente non è un saggio giuridico sull’Antitrust: l’obiettivo che mi sono proposto nello scriverlo è quello di spiegare ai cittadini, non agli studiosi, perché la competizione, nel rispetto della legge, sia un valore da difendere nell’interesse di tutti.

Quali secondo Lei gli ordini professionali che assolvono pienamente al loro compito (fornire al consumatore maggiori garanzie)?
Non mi piace fare la lista dei buoni e dei cattivi: credo che lentamente anche gli Ordini stiano comprendendo che la loro funzione principale non è quella di tutelare gli iscritti ma i cittadini che hanno rapporti con i loro iscritti. Chi va da un avvocato, da un medico, da un ingegnere, deve potere avere un’idea chiara dei costi che dovrà sostenere, dei rischi di un intervento o della possibilità di perdere una causa.

Come spiega la decisione del Tar Lazio – ribadita di recente dal Consiglio di Stato – di annullare le multe comminate dall’Autorità alle banche in materia di portabilità dei mutui?
Vorrei attendere la motivazione del Consiglio di Stato che evidentemente ha condiviso l’impianto della sentenza del Tar. Credo comunque che ci sia un’interpretazione non in grado di cogliere appieno le potenzialità del Codice del Consumo, il suo spirito innovatore: personalmente ritengo che le imprese, i professionisti, chiunque sia un possesso di un bagaglio di informazioni più ampio, debba avere una responsabilità speciale nei confronti del consumatore, anche a costo di perdere un cliente. Ne acquisterà altri in futuro proprio in virtù del suo comportamento corretto

Come si supera il ritardo accumulato dagli istituti bancari sul fronte delle regole di mercato?
Con pazienza, pungoli continui da parte dei controllori, attenzione da parte dei consumatori, senza inutili demonizzazioni. E una legge sulla governance delle banche e della assicurazioni che aumenti la concorrenza nel settore

In che direzione è cambiato il rapporto banca – consumatore dalla fine del 2005?
E’ sicuramente migliorato. L’avere finalmente riconosciuto all’Antitrust la competenza a vigilare sulla concorrenza nel settore bancario ha innestato una piccola rivoluzione copernicana: la stabilità non è più l’unico elemento sul quale basare il giudizio nei confronti di una banca. Con la concorrenza, è questa la scommessa, dovrà migliorare il rapporto con la clientela, la trasparenza dei contratti: c’è ancora strada da fare ma qualcosa si sta muovendo. Lo ha capito anche il legislatore che, proprio su segnalazione dell’Antitrust, ha abolito lo ius variandi, una pratica di sapore medioevale che consentiva alle banche di cambiare le condizioni di conto corrente senza avvertire il cliente

Lei sostiene che la scelta del Legislatore di liberalizzare il settore della distribuzione commerciale si presta a due letture. Quale ha animato il nostro Legislatore?
Sono certo che l’obiettivo fosse quello di modernizzare il sistema, mettendolo alla pari degli altri Paesi europei

Quali sono le Regioni che hanno "tradito" lo spirito della riforma della distribuzione commerciale e come lo hanno messo in pratica?
Nel libro cito uno studio effettuato da due economisti dell’Antitrust in base al quale Emilia Romagna, Piemonte, Marche, Campania, Molise,Valle d’Aosta, Lombardia hanno una concorrenzialità alta, Calabria, Abruzzo, Basilicata,Veneto e Toscana un livello di concorrenzialità medio, Umbria, Lazio, Puglia, Sicilia, Liguria,Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige un indice di concorrenzialità basso. Tuttavia l’analisi è un po’ datata, non è escluso che ci siano state modifiche. Però restano valide le conclusioni: laddove la riforma liberalizzatrice non è stata osteggiata i prezzi sono cresciuti in misura inferiore e la qualità dell’occupazione è migliorata. Le tecniche per ritornare al passato sono stati variegate e in particolare hanno riguardato gli orari dei negozi e le aperture nelle festività, con modalità diverse: in alcune zone possono tenere aperti solo nei centri storici, in altre solo nei grandi centri commerciali. Altre volte, laddove la Regione non ha legiferato, è scattata l’ordinanza comunale. In qualche caso si è tirata in ballo la programmazione edilizia e i vincoli paesaggistici, in altri si è fatto leva sulle difficoltà procedurali, o si sono penalizzati alcuni settori merceologici.

Quali gli effetti di quello che Lei ha definito "federalismo commerciale"? E’ d’accordo con le conclusioni cui giunge lo studio di Federdistribuzione?
La definizione non è mia ma rende bene l’idea: dall’applicazione della legge del ’92 le Regioni si sono mosse in ordine sparso, senza una razionalità economica, confondendo le imprese e anche i consumatori. Il punto è che tutte le imprese, anche quelle della distribuzione, hanno bisogno di certezze. La concorrenza non può essere una valore ‘a la carte’ servito solo in alcune zone del Paese e snobbato in altre. Ne risente la crescita economica e, alla fine, il benessere degli italiani.

di Valentina Corvino

 

 

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