L’oligarchia che boicotta il referendum, di G. De Marzo

Vi proponiamo un articolo firmato da Giuseppe De Marzo e pubblicato sul quotidiano "Il manifesto". "Diciamolo apertamente: l’Italia è in mano a un’oligarchia che usa il governo e costringe persino la Lega a difendere la scelta di buttare 350 milioni per farci votare il 12 giugno, anziché il 15 maggio" scrive de Marzo.

Diritti, lavoro, saperi, territorio, democrazia e futuro si intrecciano nella decisione assunta dal ministro Maroni di rifiutarsi di accorpare amministrative e referendum in una sola giornata elettorale. Depotenziare lo strumento referendario per rendere ancor più liquida la degenerata democrazia nel nostro paese è solo l’ultimo degli obiettivi che le destre italiane si pongono. Un governo al servizio delle lobby interessate al business del nucleare ed a quello che la privatizzazione del servizio idrico garantirebbero, nonostante il disastro giapponese? Non solo. Siamo di fronte ad una nuova strategia di riproduzione del modello capitalista che assume il controllo dei sistemi alimentari, costruendo un’alleanza tra multinazionali petrolifere, biotecnologiche, automobilistiche, grandi commercianti di grano ed alcune organizzazione conservazioniste. È la tendenza che ovunque nel mondo si sta affermando ed è la rotta che trasforma una democrazia degenerata come la nostra in oligarchia.

Le scelte di politica economica, industriale, commerciale e ambientale hanno visto il governo Berlusconi prestare il volto a questa ricomposizione nel tentativo di continuare a garantire il plusvalore necessario per aggirare la crisi sistemica e rifletterla sulle classi medie, dopo aver già spremuto quelle più deboli. Tagliare gli incentivi per le rinnovabili, tentare la riforma dell’art. 41 della Costituzione con l’obiettivo di rendere lecito tutto ciò che non è espressamente vietato, ricorrere alla fiducia per esautorare la decisione presa nell’87 contro il nucleare, limitare il fotovoltaico, privatizzare il servizio idrico, sono decisioni che non creano posti di lavoro, né difendono il territorio, né ridistribuiscono la ricchezza, né tantomeno garantiscono la sicurezza energetica nazionale. Scelte che equivalgono invece a una condanna a morte per l’industria delle rinnovabili. Nonostante le enunciazioni europee sulla crisi ecologica e sulla necessità di raggiungere nei prossimi nove anni almeno il 20% di risparmio energetico, di fonti rinnovabili utilizzate e di tagli alle emissioni inquinanti. Tutto ciò mentre le speculazioni sui prezzi dei prodotti petroliferi hanno iniziato il loro corso e il Giappone sprofonda nel terrore nucleare. Quale futuro dovremmo aspettarci? C’è da chiedersi se in piena crisi energetica mondiale possiamo aspettare 10 o 15 anni per la produzione di energia dalle centrali nucleari e se possiamo permetterci di regalare l’acqua e i servizi idrici alle leggi del mercato e agli speculatori di borsa.

Diciamolo apertamente: l’Italia è in mano a un’oligarchia che usa il governo e costringe persino la Lega a difendere la scelta di buttare 350 milioni per farci votare il 12 giugno, anziché il 15 maggio. Paghiamo per liquidare definitivamente la democrazia: è questo l’incredibile paradosso italiano. Eppure questa stessa cifra avrebbe potuto essere impiegata per la messa in sicurezza almeno di una parte del territorio, visto che sei milioni di italiani vivono in aree ad alto rischio idrogeologico. A quanto deve arrivare la contabilità dei morti per catastrofi ambientali evitabili? O forse stanno aspettando di organizzare i soccorsi per rispolverare il modello l’Aquila? L’applicazione della shock economy, le privatizzazioni, la deregolamentazione ambientale e lo svuotamento del concetto stesso di res publica sono legati tra loro e disegnano un’idea di Stato oligarca fondato sul diritto naturale, la legge del più forte. Quanto avviene sulle coste sud del Mediterraneo per noi italiani deve essere letto anche all’interno di questo ragionamento e visto come fenomeno consequenziale di una ridefinizione del modello capitalista. Certi problemi iniziano a manifestarsi ovunque: caldo, incendi delle foreste, perdita dei raccolti, alterazioni climatiche, impoverimento e perdita delle riserve d’acqua, eccesso di piogge. Fenomeni collegati alla crisi ecologica ed energetica planetaria. All’inizio dell’anno il prezzo del grano ha raggiunto livelli senza precedenti. La popolazione mondiale è quasi raddoppiata dal 1970, e stiamo crescendo a un tasso di 80 milioni all’anno. In Europa, dove la maggior parte degli autoveicoli va a diesel, c’è una crescente domanda di combustibile diesel prodotto partendo da piante, principalmente dall’olio di colza e palma. Questo non solo riduce in Europa l’area disponibile a coltivare alimenti, ma accelera la deforestazione delle foreste tropicali dell’Indonesia e Malesia. L’aumento annuale di consumo di cereali nel mondo è salito da una media di 21 milioni di tonnellate annue nel periodo 1990-2005 a 41 milioni nel periodo 2005-2010. La produzione di grano saudita è diminuita di due terzi negli ultimi tre anni, mentre il medio oriente arabo si è trasformato nella regione dove la perdita delle riserve idriche ha causato la più grande diminuzione del raccolto. Allo stesso tempo l’aumento della temperatura rende più difficile incrementare il raccolto mondiale di cereali con la stessa velocità con la quale cresce la domanda: ogni grado di aumento della temperatura durante i periodi della crescita segna una riduzione del 10% della produttività dei cereali.

Dunque il vento di libertà del Maghreb assomiglia più a un grido di fame e sete. La carenza di alimenti, l’aumento dei prezzi alimentari minacciano il futuro di tutti. Bisogna affrontare da subito le questioni di sicurezza alimentare, della difesa dell’acqua, della conservazione dei suoli, della sovranità energetica ed allo stesso tempo capire come mitigare le alterazioni climatiche e frenare la febbre del pianeta. Su questo dovremmo confrontarci e convergere per assicurare un futuro migliore ai popoli che si affacciano sul Mediterraneo. È anche per questo che i referendum rappresentano l’unica opzione in grado di sparigliare le carte e ricostruire un’idea dello stare insieme declinata sui beni comuni e la partecipazione. Invece stiamo assistendo al boicottaggio della democrazia attraverso lo Stato. Che la democrazia debba sempre fare i conti con la «sua naturale tendenza alla riduzione del potere nelle mani di élites», come sostiene Zagrebelsky (Repubblica del 5 marzo), concordiamo. Quello che però non convince è l’idea che sia sufficiente una transizione da uno schieramento a un altro per restituirne il senso, e cioè la possibilità di combattere e distruggere nuove oligarchie attraverso «procedure riconosciute ed accettate». Ma in quali procedure riconoscersi quando queste perdono di valore, come emerge dallo strappo violento delle oligarchie italiane sui referendum? Il rischio è enorme, e le forze di opposizione dovrebbero mettere in campo risposte capaci di dimostrare che si può ancora scommettere sulla democrazia. Per essere diretti: quali misure mettono in campo le opposizioni per impedire che il governo stabilisca la data del referendum per il 12 giugno?

di Giuseppe De Marzo

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