MINORI. Save the Children, 72 mln di bambini esclusi dalla scuola

Nel mondo 72 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione di base.Di questi, 37 milioni vivono in paesi in conflitto o reduci da guerre. E’ quanto emerge dal Rapporto di Save the Children "Scuola, ultima della lista" presentato oggi nell’ambito della Campagna internazionale "Riscriviamo il Futuro" che ha per obiettivo assicurare educazione di qualità a 8 milioni di minori in 20 nazioni in guerra o post conflitto. Lo riferisce Save the Children in un comunicato.

Per 1 anno di scuola elementare di un bambino, un paese industrializzato – Italia compresa – spende 500 volte di più rispetto a quanto si spende per l’istruzione di un bambino in un paese afflitto o reduce da guerre. Il Lussemburgo, ad esempio, investe 12.000 dollari per garantire 1 anno di istruzione a ogni bambino lussemburghese. La Svezia quasi 10.000. L’Italia 6.796. Per contro ammonta a 17 dollari annui la spesa pro-capite per istruzione primaria in Burundi: il costo di uno zainetto e di qualche quaderno, o di un tamagotchi, per i nostri bambini.

"E’ paradossale – ha commentato il Direttore Generale di Save the Children Italia, Valerio Neri – che un paese come il Lussemburgo che destina in assoluto la cifra più alta per 1 anno di scuola di un bambino lussemburghese poi dà 0,01 dollari per l’istruzione di un bambino di un paese in guerra. Sono disparità troppo eclatanti che vanno colmate".

Secondo il Rapporto poi 19 su 22 Paesi donatori non hanno destinato i finanziamenti necessari, la cosiddetta "quota equa", per raggiungere l’obiettivo dell’istruzione universale entro il 2015 e l’Italia è risultata terzultima, seguita solo da Austria e Grecia. In particolare, nel 2006 i paesi donatori hanno assunto impegni per quasi 5 miliardi di dollari, per poi erogarne circa 2,700. Uno stanziamento al di sotto dei 9 miliardi di dollari ritenuti necessari, ogni anno, per raggiungere l’obiettivo dell’istruzione universale entro il 2015. Di questa cifra, almeno la metà, pari a 5,2 miliardi di dollari (44,62 dollari per ogni bambino), dovrebbe essere indirizzata ai paesi in conflitto, sottolinea l’organizzazione, invece la quota destinata finora ai cosiddetti stati fragili è risultata troppo bassa rispetto al numero di bambini che non va a scuola: sul totale degli stanziamenti per l’educazione, meno di un quarto, pari al 23%, è andato a nazioni e a bambini vittime di conflitti.

"Sicuramente è un dato positivo – ha affermato Valerio Neri – il fatto che, a differenza di altre nazioni, l’Italia abbia riservato una quota parte più consistente ai paesi in conflitto. Tuttavia restano insufficienti le risorse che l’Italia destina all’aiuto allo sviluppo e finché non verranno incrementate, il nostro contributo all’educazione nei paesi in guerra resterà minimo, cioè dell’ordine di 0,03 dollari per un anno di scuola di un bambino".

In conclusione, Save the Children denuncia ancora una volta come l’istruzione sia il settore meno considerato e finanziato, soprattutto nei paesi in guerra e in situazioni di emergenza: fra il 2004 e il 2006, il 13% dell’aiuto pubblico allo sviluppo dei donatori è stato devoluto ai paesi in guerra. Tuttavia, solo una minima porzione di tali aiuti, pari all’1,7%, è andata al settore scolastico in contesti di emergenza.

"L’istruzione, e in particolare il sostegno all’educazione nelle nazioni in conflitto – ha concluso Neri – ancora non rappresenta una alta priorità per i paesi donatori la strada tuttavia è stata imboccata e bisogna riconoscere che alcuni sforzi sono stati compiuti, seppure ancora insufficienti a garantire il raggiungimento dell’obiettivo dell’istruzione primaria universale per tutti i bambini entro il 2015. In questa prospettiva, il 2008 si profila come l’anno chiave, in cui tutte le promesse e gli impegni debbono tradursi in realtà: i governi donatori dovranno cioè destinare adeguati finanziamenti a sostegno dell’istruzione primaria universale e il 50% di questi fondi dovrà andare ai bambini nei paesi in guerra".

Comments are closed.