Milano da bere, di N. Persico

Pubblichiamo un articolo a firma di Nicola Persico apparso su www.lavoce.info al quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti

Il comune di Milano vieta il consumo di alcolici in luogo pubblico ai minori di 16 anni. E motiva il provvedimento con la necessità di contrastare una epidemia di alcolismo fra i giovanissimi. Le statistiche citate dal sindaco, però, non sembrano dare una solida base all’inasprimento delle norme già esistenti. Anche gli effetti sulla salute dei ragazzi saranno modesti. L’ordinanza ha invece una plausibile giustificazione di costo-beneficio su un altro aspetto: mettere un freno alla movida giovanile. Dove il beneficio primario è quello dei residenti nelle aree interessate.

Il comune di Milano ha recentemente emanato un’ordinanza per regolare il consumo di alcolici per i minori di 16 anni: il consumo e la detenzione di alcolici in luogo pubblico da parte dei giovani è punito con una multa di 450 euro. L’ordinanza è complementare all’articolo 689 del codice penale, che vieta all’esercente di un locale pubblico di somministrare bevande alcoliche ai minori di 16 anni.
In questo articolo vorrei esprimere alcune riflessioni motivate dall’ordinanza. Premetto, per chiarezza, che sono astemio.

PROTEGGERE I GIOVANI

L’ordinanza milanese appare motivata da due obiettivi complementari. Primo, contrastare una apparente epidemia di alcolismo fra i giovanissimi: in una intervista, il sindaco Moratti ha dichiarato che "a Milano il 34 per cento degli undicenni ha già avuto problemi con l’alcol". Il secondo obiettivo, meno apertamente dichiarato, è contrastare aggregazioni giovanili turbative della pubblica quiete e decoro, la cosiddetta movida.

Partiamo dalla prima motivazione. Se è vero che il 34 per cento degli undicenni milanesi ha problemi di alcol, c’è sicuramente di che essere preoccupati. Il sindaco non ha rivelato la fonte del dato, quindi verificarlo è difficile. Una veloce ricerca però consente di indovinare. Nella stessa intervista, infatti, Letizia Moratti ha dichiarato che "in Italia i giovani minori che bevono sono oltre 750mila." La stima di 750mila coincide con il numero dei minori "a rischio" secondo le stime dell’Osservatorio nazionale alcol. Si noti che questa stima è basata sulla "definizione Iss" di minori a rischio, per cui qualsiasi persona di età inferiore a 15 anni che consumi alcolici in qualsiasi quantità è definita "a rischio." Se la definizione di "rischio" usata da Letizia Moratti è quella Iss, l’unica cosa che vuol dire è che il 34 per cento degli undicenni di Milano hanno assaggiato l’alcol.

È poi anche tutto da dimostrare che l’alcolismo sia in Italia un problema sociale. Fra il 1970 e il 2000 il consumo annuo di alcol in Italia è diminuito costantemente, ed è passato da 16 a 8 litri pro capite. Questo trend non è esattamente indicativo di un’epidemia di alcolismo.Con questo non voglio argomentare che il problema dell’alcol per i giovani non sia grave. Magari lo è.

Tuttavia, le statistiche citate dal sindaco Moratti non appaiono una solida base per giustificare un inasprimento delle norme già esistenti.

Una questione molto importante è quanto siano efficaci queste misure nel ridurre i problemi di salute legati al consumo di alcol. In questo settore, purtroppo, l’analisi empirica è generalmente di qualità modesta. Ma una ricerca attendibile mette in relazione l’avvento del proibizionismo negli Usa con le morti per cirrosi epatica. Secondo lo studio, con l’avvento del proibizionismo, le morti per cirrosi epatica diminuirono del 10-20 per cento. Se si considera che, al contrario del proibizionismo, l’ordinanza milanese non proibisce il consumo in luoghi privati e si applica solo agli "under-16", si può ragionevolmente immaginare che il suo effetto sui problemi di salute legati all’alcol sarà modesto.Alcuni lettori obietteranno che, indipendentemente dai suoi pro e contro, l’ordinanza è paternalistica.

E argomenteranno che le ragioni di un intervento pubblico possono essere trovate solo nel fatto che il consumo di alcol ha effetti negativi su terzi (esternalità negative): ad esempio guida in stato di ebbrezza che mette a repentaglio la salute di altri o schiamazzi. In assenza di queste esternalità, l’ordinanza non sarebbe giustificabile. Certo, è vero, l’ordinanza obbliga i giovani a un comportamento diverso da quello che altrimenti seguirebbero. D’altro canto, è pacifico l’orientamento secondo il quale i più giovani siano meno responsabili delle proprie azioni, e quindi più soggetti a limitazioni del loro potere decisionale. E l’articolo 689 cp ne è appunto un esempio. Ma anche se agire paternalisticamente è legittimo, ciò non vuol dire che sia opportuno.

CONTENERE LA MOVIDA

La motivazione reale dietro l’editto sembra essere il desiderio di contenere la "movida" che invade alcune aree di Milano. Da un punto di vista economico, aggregazioni rumorose e incivili rappresentano un’esternalità sui residenti delle zone interessate. Su questa base, l’ordinanza sarebbe condivisibile anche dai libertari che aborrono il paternalismo. D’altro canto, è probabile che i partecipanti alla movida si diano a vicenda un’esternalità positiva: dopo tutto, i giovani probabilmente traggono piacere dall’assembramento. Quale delle due diverse esternalità sia dominante è difficile da valutare. L’obiettivo di limitare gli assembramenti più sguaiati mi sembra ragionevole. Il desiderio di "stare tutti insieme" sarebbe meglio soddisfatto in aree non residenziali.
Gli stessi proprietari dei locali hanno reagito favorevolmente all’ordinanza, probabilmente perché la considerano un compromesso ragionevole di fronte alla frustrazione dei residenti.

CONSIDERAZIONI SULL’ENFORCEMENT E SUGLI EFFETTI COLLATERALI DELLA NORMA

Alcuni lettori penseranno che lo zelo nell’applicazione dell’ordinanza si spegnerà prima di avere instaurato la nuova norma sociale. Lo scetticismo può essere giustificato, ma vi sono numerosi casi in cui comportamenti anche più radicati sono cambiati. In Italia, per esempio, l’abitudine a non fumare negli aereoporti si è consolidata progressivamente, nonostante la carenza di enforcement. Lo stesso può dirsi per l’ordinanza "pooper-scooper" ("anti-cacca-dei-cani") a New York, che ha cambiato la norma sociale, tanto che adesso tutti i proprietari dei cani raccolgono il "misfatto" con il sacchetto di plastica.

Sarebbe poi opportuno che il controllo sull’applicazione della norma fosse costante. Se è sporadico, chi viene beccato si sentirà perseguitato perché sa che tutti i suoi amici hanno ignorato l’ordinanza senza conseguenze, e maturerà un risentimento nei confronti dell’autorità. In questa ottica, è apprezzabile il processo descritto dal vicesindaco di Milano De Corato che annuncia un periodo di "enforcement informativo" (senza multe) prima di quello effettivo (con le multe).

Un probabile effetto collaterale dell’ordinanza sarà di spostare il problema della movida ad aree limitrofe al comune di Milano. Sarà interessante vedere se i giovani riusciranno a ri-coordinarsi in altre aree. Una ri-coordinazione che potrebbe essere relativamente rapida, grazie ai telefonini e ai social network. Se è così, ci si può aspettare che i comuni limitrofi vogliano contrastare il problema adottando ordinanze simili a quella di Milano.

Un altro effetto collaterale sarà spostare il consumo di alcolici dal pubblico al privato. Non è un problema dal punto di vista della movida, lo è però dal punto di vista dell’assuefazione all’alcol perché potrebbe portare a comportamenti meno visibili ma non meno dannosi. Un recente lavoro sull’effetto del divieto di fumare nei locali pubblici negli Stati Uniti dimostra che il "no smoking" causa un incremento nel fumo passivo da parte dei non-fumatori, particolarmente i bambini. La ragione è che i divieti di fumo spostano semplicemente il comportamento da locali pubblici a locali privati, nei quali i non-fumatori sono più esposti.

In conclusione, l’ordinanza approvata dal comune di Milano, per quanto mal giustificata, ha una plausibile giustificazione di costo-beneficio, dove il beneficio primario è quello dei residenti nelle aree interessate dalla movida.

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